Social network e privacy, binomio possibile grazie al buon senso
Milano – “Può avere effetti collaterali, usare con cautela”. E’ una raccomandazione usualmente legata ai farmaci, ma qualcuno potrebbe utilizzarla anche per i social network, dal momento che è proprio a questo mondo che fa riferimento l’opuscolo informativo Social Network: attenzione agli effetti collaterali pubblicato dal Garante della Privacy. Un vademecum con alcune linee guida ritenute opportune nell’era di Facebook, MySpace & Co. da rivolgere all’utenza che talvolta, semplicemente, si dimentica di applicare una regola basilare: il buon senso.
E’ giusta la premessa dell’opuscolo: “I social network sono “piazze virtuali”, cioè dei luoghi in cui via Internet ci si ritrova portando con se’ e condividendo con altri fotografie, filmati, pensieri, indirizzi di amici e tanto altro”. Qualcuno può provare, nell’ambito del proprio account, un falso senso di intimità, che può portare a mettere, davanti agli occhi di altre persone, pezzi di vita privata che molto spesso sarebbe meglio mantenere riservati, per evitare, appunto, effetti collaterali indesiderati.
Gli aspetti che richiedono attenzione sono molteplici e vanno dalle condizioni di utilizzo di questi servizi – che spiegano quale uso potrebbe essere fatto dei dati inseriti ed eventualmente pubblicati – alla differenza tra i concetti di “disattivazione” e “cancellazione” dell’account, senza trascurare il fatto che i server che ospitano questi servizi risiedono all’estero (e in caso di controversie rispondono alla legge locale, che può essere ben diversa da quella applicata negli Stati in cui vivono gli utenti).
Due le armi fondamentali raccomandate dal Garante: l’autotutela (ognuno impari a difendere la propria privacy, non pubblicando informazioni riservate e importanti) e il rispetto degli altri (ognuno agisca ponendosi il problema di violare, eventualmente, la privacy di un altra persona). Armi di difesa che vanno utilizzate quando si pubblicano testi, immagini o altri contenuti, oppure si utilizzano le sempre più numerose applicazioni, con la consapevolezza che molti dati – per la logica dei collegamenti seriali tra amici di amici – potrebbero facilmente essere condivisi con illustri sconosciuti con cui usualmente si preferirebbe non avere nulla da spartire – e che (aspetto non trascurabile) vari social network fondano il proprio sostentamento con inserzioni pubblicitarie mirate (contextual ads), basate su attività di marketing che spesso includono la profilazione degli utenti e l’elaborazione di dati rivendibili ad altre aziende.
Queste considerazioni e raccomandazioni, insieme ad altri consigli e a un piccolo glossario, sono contenute nelle 24 pagine dell’opuscolo curato dall’Ufficio del Garante per la Protezione dei Dati personali. Un insieme di linee guida, come detto sopra, che per gli utenti poco digitalmente alfabetizzati può rivelarsi utile, ma che alle persone più accorte non rivela nulla di nuovo, essendo fondato su concetti applicabili anche al di fuori della Rete: accortezza, rispetto altrui e buon senso vanno infatti ben oltre l’ambito di applicazione di Internet e dovrebbero rappresentare sempre, in ogni occasione, i connotati di una condotta sobria che è assolutamente alla portata di tutti.
Il Garante sembra voler mostrare di avere, verso il mondo dei social network, una certa attenzione. Lo dimostra un episodio legato proprio ad un imprevedibile effetto collaterale: nella newsletter pubblicata nel corso di questa settimana, infatti, ha tirato le orecchie ai “giornalisti che utilizzano notizie, fotografie e dati personali tratti dai social network”, ricordando loro l’obbligo di verifica delle informazioni raccolte “per esercitare con correttezza il diritto di cronaca”. Il riferimento è alla segnalazione di due cittadini che, su alcuni quotidiani, hanno visto il proprio volto in due fotografie accanto ad articoli di cronaca relativi alla scomparsa di altre due persone.
I redattori avevano cercato su Internet i nomi di queste ultime per documentare fotograficamente gli articoli, trovando nel web le foto che i due ignari cittadini – omonimi delle due persone decedute – avevano utilizzato per il proprio profilo su Facebook. Le foto, dai quotidiani su cui erano state pubblicate inizialmente, sono rimbalzate su altri media fino a raggiungere due testate televisive nazionali, amplificando l’errore iniziale e gli effetti di un’azione che il Garante ha qualificato come “un illecito trattamento dei dati personali”.
Dario Bonacina





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