Caso “Billy Ballo”, social network ancora sotto accusa

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Dario Bonacina
Di Dario Bonacina
Pubblicato il: 25/05/2009
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Milano – Balzato ai clamori della cronaca, il caso dell’attore televisivo che ha adescato una tredicenne conosciuta grazie a Facebook riporta alla ribalta  un problema che, rispetto alla vicenda in questione, può essere considerato un effetto collaterale, ma che ha un notevole impatto sociale sulla concezione del web e di ciò che lo popola: la gogna sempre pronta per i social network, ritenuti spesso colpevoli di fatti deprecabili da chi ancora perde di vista la loro entità oggettiva di strumenti.

Nulla a che vedere su quanto accaduto, beninteso, né con gli aspetti giudiziari della vicenda. La gravità dei fatti rilevati dagli inquirenti verrà appurata dalla magistratura. Ma, com’era prevedibile, accanto al partito di chi punta il dito contro la vittima e a quello che colpevolizza il carnefice, anche in questo caso non si è fatta attendere la voce di chi attribuisce un ruolo determinante a Facebook, il luogo virtuale in cui la ragazzina ha conosciuto l’attore, colpevolizzato come se il social network fosse stata la causa scatenante del fatto.

Prima che qualcuno, leggendo queste pagine, concordi con questa considerazione, è bene proporre qualche parallelo: quando un automobilista imbocca l’autostrada contromano, seminando panico e problemi e provocando incidenti, la colpa è del casello, o dell’autostrada, oppure ancora dell’automobile? No, è chiaro a tutti che la colpa è la condotta dell’automobilista che, guidando quell‘auto ha preso quella strada nella direzione sbagliata. Nel fatto di cronaca di questi giorni non c’è nulla che non sarebbe potuto accadere in qualunque altro luogo di ritrovo, virtuale o reale: un pub, la spiaggia di uno stabilimento balneare, una fila di tre quarti d’ora d’attesa davanti allo sportello di un ufficio pubblico. Ma nessuno penserebbe mai di puntare il dito contro un pub, una spiaggia, un ufficio pubblico.

Nei confronti di Facebook, o di qualunque altro social network, ognuno è ovviamente libero di mantenere l’approccio che ritiene più consono: coinvolgimento, indifferenza, perplessità, diffidenza. Ma attribuire al social network una responsabilità per aver fatto conoscere un attore e una minorenne, per tutto ciò che ne è seguito, è fuorviante. In Internet non accade nulla di diverso da ciò che si verifica nel mondo reale, perché alla base di tutto ci sono le azioni delle persone, che in questa vicenda sono due. Facebook è stato ciò che è tuttora, ossia uno strumento per mantenersi in contatto – in questo caso un social network – utilizzato da persone. Come sono semplici strumenti i videocellulari utilizzati per pubblicare filmati con atti di bullismo su un altro strumento come YouTube. O come un martello, che in mano ad un malintenzionato si può trasformare in un’arma, ma che oggettivamente sarà sempre considerato uno strumento e non un colpevole. Così anche il social network dovrebbe essere considerato dall’opinione pubblica uno strumento, poiché tutto quanto accade dopo un contatto avvenuto in questo ambito è, come in altre occasioni, frutto della consapevolezza e del grado di maturità – o di immaturità – delle persone.

E Facebook, come ogni strumento di comunicazione, potrà anche essere utilizzato da persone poco raccomandabili, non serve ammetterlo e ricordarlo in questa sede. Ma c’è un aspetto non trascurabile in questo tipo di vicende: il mantenimento di contatti via web da parte di malintenzionati, mediante un social network o altre applicazioni, aumenta la possibilità che essi lascino traccia e, quindi, consente l’individuazione dei colpevoli in modo più “scientifico”.

Dario Bonacina

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