Wired esagera: blogger, lasciate perdere? A chi?
La provocazione di Wired è forte: “Volete aprire un blog? Lasciate perdere. Il blogging è roba del 2004. Andate su Twitter o Facebook, piuttosto”, si legge in apertura dell’articolo. Una provocazione talmente forte da fare rapidamente il giro della rete, per finire anche su testate abbastanza note che, in linea generale, dissentono.
Non sembrerebbe proprio che, stavolta, la previsione di Wired sia condivisibile, almeno in Italia. Basta fare un giro sulla Top List di Wikio: già lì ci sono segnali contrari. Ma c’è chi è andato oltre, esaminando con consapevolezza la propria posizione di blogger non “top” e guardando anche ad altre classifiche, come quelle di Blogbabel o di Technorati stesso, recentemente autore di uno studio il cui significato, nel Bel Paese, ha un peso ben diverso da quello “di facciata” che Technorati ha stilato.

Un pezzo della Home Page di Wired
Forse, quella di Wired può essere considerata una tendenza, per di più squisitamente USA, ma da qui ad asserire che i blog devono scomparire adesso, forse è un’affermazione un tantino azzardata.
Per la precisione: Twitter (e i suoi simili) consente 160 caratteri, come gli SMS. Facebook è una rete sociale. Flickr esibisce foto. YouTube (e simili) i video. I blog, nelle loro varie espressioni, trasmettono informazione, cosa ben diversa. Informazione che solo in pochi, pochissimi casi può essere condensata in 160 caratteri, messa come commento in una rete sociale, solo fotografata o solo ripresa in video: contrariamente a quanto asserisce Wired, oggi non è affatto difficile inserire contenuti multimediali. Lo provano i vari “embed”, che corredano la maggior parte delle pubblicazioni multimediali, proprio per facilitare il loro inserimento in siti e blog.
Viene da pensare che si tratti di un suggerimento strumentalizzato, per sponsorizzare i vari Twitter della situazione, lasciare a galla Wired e i pochi “grandi” del genere (occorre ricordare, ad onta, che anche Wired ospita fior di blog, presentandosi in modo ibrido, come molti quotidiani di oggi) e schiacciare tutti gli altri. Ma chi terrà duro a fare informazione con correttezza concettuale è quasi impossibile che non resti a galla. Altrimenti sarebbe morto da un pezzo anche il caro, vecchio libro cartaceo.
Magari, aprire un blog “così”, tanto per farlo, serve a poco se non si ha qualcosa di buono da dispensare.
Brevità delle unità concettuali? Si, ma non tutto entra in 160 caratteri, non tutto è social, non tutto è foto, non tutto è video. Altrimenti tutto il mondo avrebbe il Kindle – che invece non decolla per niente come si vorrebbe – e non comprerebbe più un solo libro di carta.
Piuttosto, sarebbe meglio guardare ad obbiettivi più nobili, come l’alzare la qualità dell’informazione, specie per i “blogger dell’ultimo minuto”: essere onesti, citare sempre le fonti (con il linking, con una lista a fine articolo, poco importa, purché si citino), cercare, nel dispensare informazioni, di essere affidabili. I risultati verranno, se si è bravi. Altrimenti, in effetti, va a finire che si da ragione a Wired: è meglio staccare la spina.
Marco Valerio Principato




Bloggare o no? Questo è il problema









