Facebook, non piacciono le nuove condizioni d’uso
Roma – Le nuove condizioni d’uso messe in vigore da Facebook non convincono i netizen: l’allarme lanciato da The Consumerist ha sollevato attenzione, scatenato polemiche e spinto personaggi anche illustri a rimuovere i propri account a titolo di protesta.
Mark Zuckerberg, presidente di Facebook, ha cercato di chiarire la posizione dell’azienda circa le novità introdotte dalle variazioni ai TOS (Terms Of Use, Termini e Condizioni d’Uso), sottolineando che il terreno su cui ci si muove non è affatto un terreno facile.

Mark Zuckerberg, presidente di Facebook
Tra le prime constatazioni da fare – spiega Kara Swisher su AllThingsDigital – c’è proprio quella di rendersi conto, come peraltro evidenziato anche da Zuckerberg, che non esiste alcun sistema grazie al quale un utente possa condividere con altri il proprio indirizzo email ma che sia anche in grado, al contempo, di controllare quale uso fanno gli altri, e su quali servizi, del proprio indirizzo email, coloro che lo hanno ottenuto grazie alla propria stessa volontà di condividerlo.
Una realtà della quale occorre semplicemente essere consapevoli, questo il senso che ha spinto la giornalista di AllThingsDigital a coniare un titolo così tagliente: «”You Have Zero Privacy Anyway. Get Over It”-That Goes Double on Social Networks», cioè «In ogni caso siete privi di privacy. Mettetevelo in testa. E ciò è due volte vero sulle reti sociali».
Un’affermazione del genere in un titolo è pesante, senz’altro, ma non è campata in aria. Fior di esperti sono convinti che il concetto di privacy in rete sia ormai talmente utopico, almeno per la media degli utilizzatori, che per ottenerla realmente occorrerebbe rifare tutto da capo.
Certo, gli utenti di Facebook si chiedono, in definitiva, chi sia l’effettivo proprietario di questi maledetti dati, quale fine realmente facciano una volta che si cancella il proprio account. Ma c’è poi da stupirsi così tanto? Secondo Greg Lastowka, professore associato della Rutgers Law School, che sta scrivendo anche un libro su Internet e Diritto, il linguaggio di Facebook non è affatto inusuale: “Molti siti oggi offrono termini e condizioni d’uso concepiti per proteggere a oltranza l’azienda che li emette, e moltissime persone semplicemente li sottoscrivono senza leggerli”.
Non c’è dunque da stupirsi minimamente se privacy e social networking siano nella loro più intima essenza due concetti in forte e diretto contrasto tra loro, si potrebbe quasi dire del tutto inconciliabili: nel momento stesso in cui si accetta anche solo di “presenziare”, inevitabilmente si lasciano dei segni e questi segni saranno visti da altri, raccolti e probabilmente diffusi altrove. Impossibile controllarlo.
C’è anche chi si è – forse irragionevolmente – irrigidito, come il critico musicale Sasha Frere-Jones dello stesso New York Times, che ha cancellato il proprio account su Facebook tuonando: “La risposta di Zuckerberg alla protesta è solo una versione moderna di «ignori le scritte piccole, signora, metta solo una firma qui»”, ha scritto Frere-Jones in una email. “Perché si dovrebbe dare fiducia ad una azienda concedendo l’impiego dei propri dati personali, specialmente se si sa che l’esplicito linguaggio legale(se) dell’azienda stessa si arroga il diritto di diffondere quei dati e ci sono, inoltre, evidenti ragioni di aspettarsi che l’azienda senz’altro li impiegherà?”, conclude Frere-Jones.
Secondo altri osservatori, è difficile raccogliere il messaggio “dateci fiducia” nel momento in cui un’azienda sembra sfilare da sotto al tavolo delle ben precise condizioni a cui l’utenza si era in certo qual modo «assuefatta».
Di sicuro c’è che la questione privacy e social networking sta assumendo rilevanza sempre maggiore, visto l’elevato numero di utenze raccolte da Facebook, oggi stimate in 175 milioni, al punto che alcuni lo considerano il «sesto paese del mondo». Una rilevanza che deve convincere ogni netizen coscienzioso e desideroso di proteggersi, a valutare con serenità ma anche con estrema attenzione ogni gesto compiuto sulle reti sociali. Comunicare è bellissimo ma, come si dice volgarmente nella Capitale d’Italia in dialetto romanesco… a vorte ‘na parola è poca e due so’ troppe (a volte una parola dice poco, ma due parole dicono troppo: la virtù sta nell’individuare quanta “mezza parola” lasciarsi sfuggire oltre la prima senza compromettere la propria privacy, questo il senso del detto).
Marco Valerio Principato














