Ello, l’«anti-Facebook»?

Il logo minimalista e stilizzato di Ello.
Il logo minimalista e stilizzato di Ello.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 30/09/2014
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Si presenta come «la» soluzione per la privacy, come l’approdo dell’esodo da Facebook. Ma finché non lo si vede da vicino, restano parole.

Non molto in quelli italiani, ma moltissimo in quelli oltreoceano: nei titoli vi è clamore circa Ello, un nuovo social network che in queste ultime ore è all’attenzione dei media per la sua pretesa di essere un “Anti-Facebook”.

Secondo i propri intendimenti, Ello vorrebbe essere la “soluzione a tutti i social-mali”. Leggendo la sua pagina WTF (acronimo di What The Fuck, traducibile in “che diavolo è”) alla voce “What is” (cos’è) viene dichiarato (trad. di chi scrive): «Il tuo social network è di proprietà dei pubblicitari. Ogni post condiviso, ogni amicizia allacciata e ogni link cliccato viene tracciato, registrato e convertito in dati. I pubblicitari acquistano tali dati in modo da poter esibire maggiore pubblicità pertinente. Tu sei il prodotto che viene acquistato e venduto. Noi riteniamo che ci sia un modo migliore. Crediamo nell’audacia. Crediamo nella bellezza, semplicità e trasparenza. Crediamo che chi vuole fare qualcosa e chi vuole usarla debbano cooperare. Riteniamo che un social network possa essere uno strumento di responsabilizzazione. Non uno strumento di inganno, coercizione e manipolazione – ma un luogo dove connettere, creare e festeggiare la vita».

Vista così, sembra una buona premessa. Nato circa un mese e mezzo fa, Ello è ancora in versione Beta (cioè sperimentale) e vi si può accedere solo su invito. Questo meccanismo ha in buona parte alimentato la curiosità e più di qualcuno, come spiega Martina Pennisi sul Corriere, ha addirittura messo in vendita su eBay gli inviti.

Sia come sia, chi ha voluto – come me – vedere di cosa si tratta si è adoperato per sapere se qualcuno disponeva di un invito. Ma una volta entrato – lo devo dire – è stata una cocente delusione. Ho effettuato alcuni semplici controlli e da questi emerge – tra l’altro – una situazione paradossale: un social network che si annuncia come “la” soluzione per la privacy e che, però, sin dalla più intima delle configurazioni (quella del DNS), fa uso dei servizi Google Mail per la gestione della propria posta non mi sembra si possa definire l’archetipo del rispetto della privacy.

La riflessione nasce spontanea: se Google deve sapere quel che faccio su Ello, tanto vale che impieghi Google+ o Google Plus che scriver si voglia. Ovvero, che resti con Facebook: se non altro lì gli amici li ho già, bene o male conosco l’asino e so (o dovrei sapere) quali difetti ha e, infine, non debbo ricominciare da capo ad abituarmi a un nuovo ambiente virtuale, nuovi concetti, nuovi comandi.

Inoltre, come ho avuto modo di constatare amaramente e personalmente, alla stragrande maggioranza delle persone della privacy interessa davvero poco, per non dire niente, nemmeno in un caso eclatante come quello di WhatsApp e nemmeno di fronte all’evidenza legale dei fatti, pur esistendo delle alternative realmente più rispettose della privacy (e anche più ricche di funzioni) che sono semplicemente a un passo di distanza: basta installarle e iniziare a usarle al posto di WhatsApp. Figurarsi, dunque, se la privacy può essere una spinta sufficiente a convincere l’utenza “di massa” a una migrazione.

Come ha sostenuto Dario Bonacina su Twitter, con queste premesse – e con le mie modeste osservazioni – c’è il serio rischio che faccia la fine di Diaspora: dimenticato.

Certamente è presto per sentenziare, ma il buon giorno si vede dal mattino. E se questa è la luce del mattino, allora… buona notte.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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