Siamo al centro di una grande social-bolla?

«The good times won’t last forever»: così la didascalia di Business Insider per questa immagine con cui apre il proprio articolo sul tema.
«The good times won’t last forever»: così la didascalia di Business Insider per questa immagine con cui apre il proprio articolo sul tema.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 10/06/2015
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Molto probabilmente si, ci siamo. E nonostante ogni buona letteratura in materia, le organizzazioni si ostinano a guardare il «contatore». Quanto durerà?

Roma – Lo scenario, specie per chi ne ha fatto la propria professione, ormai è chiaro: esserci su Internet significa esserci sui social ed essere riusciti a raggranellare il più alto numero possibile di seguaci, siano essi fan, follower o altro social-tecnicismo che li definisca. Probabilmente è il caso di domandarsi, però, se il meccanismo sia sano, ben compreso e inquadrato, in grado di resistere e garantire il proprio funzionamento nel futuro. La risposta, secondo Business Insider Australia, è no.

Il primo nodo è l’errato approccio, secondo il celebre sito: da dieci anni le organizzazioni non fanno altro che fare a gara a chi ha il contatore di follower più alto, senza pensare alla qualità ma solo alla quantità. Ben poco, tuttavia, si chiedono se quei follower siano concreti: se sono reali, se interagiscono, se hanno davvero un loro seguito, se sono produttivi. Qui nasce, secondo BI, l’atmosfera di “bolla”. E se dovesse scoppiare?

Molto probabilmente si assisterebbe a una città fantasma, piena di utenze non operanti, dove si trasmettono messaggi indirizzati a persone che non sono più lì. Questo non significa che ogni social network sia destinato a morire, ma semplicemente che quella strenua gara a chi ha il contatore più alto diverrebbe priva di significato e non porterebbe più nulla.

Dunque, cosa dovrebbe fare un’organizzazione per sopravvivere ad un eventuale “scoppio della bolla”? Secondo BI è semplice e si concentra su due fattori: a) la qualità dei propri follower e b) come essa si riconduce al proprio business. E per ottenere questo risultato l’ultima via da percorrere è quella di “acquistarli”, perché l’efficacia di quelli acquistati è del tutto effimera.

Il sito, con abile e sottile dialettica, sta in effetti lanciando strali proprio contro la mercificazione dei social ad ampio spettro, alla quale abbiamo assistito in più occasioni e in diverse modalità. Ogni rivisitazione dei criteri di visualizzazione nella bacheca di Facebook è rivolta a null’altro che al fare in modo che sia sempre più difficile strappare un “mi piace” spontaneo e far sì che, invece, per averlo, si debba prima passare alla cassa da Mark Zuckerberg. Per Twitter vale esattamente lo stesso principio.

Per di più – almeno in Italia – adesso impiegare strumenti social creati dal “brand”, come widget, contatori, pulsanti e simili, sta diventando un problema non troppo facile da gestire, specie per le realtà commerciali, per via della Cookie Law e ciò in quanto essi sono proprio tra i principali strumenti utilizzati dai siti per “integrarsi” con il mondo social, ma sono al contempo tra i principali strumenti impiegati dai social per compiere le loro ben poco trasparenti attività di tracciamento e profilazione.

Se si riflette sul fatto che l’attenzione del comparto normativo su questi problemi è sempre più alta e se si considera che, esaurito l’effetto “sorpresa” iniziale – durato fin troppo – i social ormai non costituiscono più un’attrattiva latrice di qualcosa di veramente nuovo, come già discusso su queste pagine in tempi (quasi) non sospetti, non è affatto certo che la bolla non sia davvero tale. E che non scoppi, più prima che poi.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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