Tool di social media management: qualche rischio

Ormai c'è grande scelta di tool per la gestione dei social.
Ormai c'è grande scelta di tool per la gestione dei social.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 31/07/2015
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La grande diffusione di strumenti come PostPickr, IFTT, HootSuite, Buffer e simili deve aver fatto insospettire/indispettire Mark Zuckerberg e compagnucci: qualche riflessione.

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Un post inviato con PostPickr, che Facebook offre la possibilità di «filtrare» proprio perché inviato tramite quel servizio.
Un post inviato con PostPickr, che Facebook offre la possibilità di «filtrare» proprio perché inviato tramite quel servizio.
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Roma – Ormai molti, di quando in quando, fanno uso di servizi – gratuiti e/o a pagamento – di social media management. Tra questi HootSuite, Buffer, IFTT, PostPickr, solo per citarne alcuni, che facilitano la gestione dei post social in differita(nota 1). Ebbene, è il caso di fare attenzione a impiegarli con troppa frequenza: Mark Zuckerberg, come dovrebbe essere chiaro, “non li ama” e, presumibilmente, neanche gli altri social network come Twitter o LinkedIn(nota 2).

La prova è nell’immagine in colonna: un post della dott.ssa Rachele Zinzocchi, Social Media e Community Manager di Tre Italia, pubblicato tramite PostPickr, viene riconosciuto sull’App mobile di Facebook per Android e, aprendo l’intero menù, è possibile bloccarne la visualizzazione. Medesimo trattamento è riservato agli altri tool analoghi.

Lo scopo è evidente: Facebook riconosce come “genuini”, come “autentici”, solo quei post che siano generati dall’interfaccia Web oppure dalle App ufficiali di Facebook per Android, BlackBerry, iOS o Windows Phone/Windows 10. Quando un post è generato con un tool del genere, invece, viene ritenuto “meno social”. In effetti, quel post potrebbe essere stato programmato due giorni prima (si riferisce a un articolo di TechCrunch pubblicato il 28 luglio, mentre il post su Facebook è del 30 luglio).

Facebook, nel permettere di “nascondere tutti i post di PostPickr”, dà un messaggio chiarissimo agli utenti: se volete vedere i soli post “veri” dei vostri amici, toccate qui e noi filtreremo per voi tutti i post scritti con mezzi diversi da quelli ufficiali.

Non è da escludersi che Mark Zuckerberg (e non solo lui) decida – visto il notevole impiego che se ne fa in giro – di monetizzare l’impiego di quegli strumenti, chiedendo ai relativi produttori e/o agli utilizzatori un obolo per consentire loro di pubblicare su Facebook.

Nel qual caso i social media manager avranno più di qualche gatta da pelare. L’analisi della maggiore frequentazione delle bacheche da essi gestite, ora agevolmente riempite negli orari più convenienti grazie a quegli strumenti, salterà (o dovrà essere pagato Mark Zuckerberg per poter continuare).

A volte viene da chiedersi: ma non sarebbe più semplice tornare al social network di una volta, cioè il bar sotto casa, farsi due chiacchiere davanti a un buon aperitivo e aggiornarsi sulle ultime notizie, invece di avere a che fare con questa pletora di meccanismi in cui a far la cresta è sempre il più furbo?



(1) In verità anche chi scrive, sia pure non sempre, ne fa impiego, non tanto – o non sempre – per sfruttarne le caratteristiche di procrastinazione e programmazione anticipata di post e tweet, quanto per osservare il comportamento di tali servizi, studiare le reazioni dei sistemi a cui si rivolgono (come nel caso caso qui indicato), osservare le tecniche di monetizzazione messe in atto, testare e monitorare abusi linguistici volontari e relative reazioni degli strumenti di sentiment analysis, eccetera. [Torna al testo]


(2) L’utente che posta sui social solo (o quasi) attraverso tali servizi intacca direttamente i profitti del social. Si pensi a Facebook: schedulando post per un’intera giornata su un sistema esterno al portale o all’App ufficiale, l’utente non è “esposto” ai post e contenuti sponsorizzati, praticamente non li visualizza mai. Ciò va a minare alla radice il modello di business su cui si fondano gli attuali social network e di qui nasce la possibilità che non solo i rispettivi amministratori delegati li possano “odiare”, ma anche che ne contrastino il funzionamento o lo vincolino a un esborso monetario separato. Si tratta di un ragionamento possibile, anche se estremamente opinabile: chi fa impiego di simili tool in genere è persona/organizzazione che ha un certo “seguito” in termini di fan/follower e, come tale, “produce traffico” di altri utenti, i quali, aumentando di conseguenza la propria frequentazione, saranno più “esposti” ai post sponsorizzati, compensando o addirittura facendo superare i mancati profitti derivati dalla minor (o nessuna) “esposizione” di chi impiega questi strumenti. [Torna al testo]


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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