Le content farms minano la qualità dell’informazione?
Milano – Nel mondo dell’informazione online si stanno facendo strada le content farms, aziende che quotidianamente pubblicano un grande numero di contenuti informativi (come news e video) riscuotendo un notevole successo, al punto di raggiungere – per traffico web – i grandi nomi della rete in virtù di una crescita esponenziale. Che, per la sua rapidità, è vista come una sfaccettata minaccia da chi opera da tempo nello stesso mercato.
La prima faccia della minaccia, la più evidente, è sulle dimensioni dell’attività e del business: fra i nuovi protagonisti del settore spiccano nomi come Demand Media e Answers.com, entrambe annoverate nella “Top 20″ delle aziende USA che operano su web. Answers.com, nel rapporto comScore pubblicato a settembre sulle prime 50 “web properties” americane, si colloca addirittura in tredicesima posizione, davanti a Demand Media (quindicesima). Alle loro spalle, le attività online di blasonati nomi come Turner, Viacom, New York Times, NBC, ESPN.
La crescita del fenomeno non sfugge a chi da anni è addetto ai lavori. Come ricorda Richard MacManus di ReadWriteWeb, questo tema è stato analizzato da Chris Ahearn di Thomson Reuters, che ha riflettuto sulla sopravvivenza del giornalismo nell’era di Internet, Michael Arrington di TechCrunch che intravede tempi duri per editori e media tradizionali, Daniel Roth di Wired che ha analizzato con attenzione il modello di Demand Media.
Un modello che peraltro era già stato rilevato al sempre attento Luca De Biase, che in tempi non sospetti ne ha ben inquadrato la natura: Demand Media è un’azienda da considerare alla stregua di un editore, con la peculiarità di essere nato e consolidatosi in un ecosistema dominato dai motori di ricerca, nei confronti del quale i giornali – per tenere il passo – devono adattarsi o trovare nuovi modelli di business.
I 4mila contenuti prodotti giornalmente da Demand Media rappresentano un numero impressionante e, a questo proposito, MacManus evidenzia come la qualità di questa produzione non sia propriamente professionale e sembra voler paragonarne gli autori a dei cottimisti, che lavorano (e vengono remunerati) per inondare la Rete con una rilevante quantità di contenuti che, per l’argomento trattato, calamitano l’attenzione dei lettori nonostante il ridotto spessore giornalistico, perché scritti con scarso entusiasmo e una passione pressoché inesistente, che nulla hanno a che vedere con la dedizione di chi fa realmente informazione, per mestiere.
Il mondo dei search engine, nei risultati delle ricerche effettuate dagli utenti (anche attraverso la rassegna stampa offerta da Google News), oggi non può fare a meno di includere ciò che viene pubblicato dalle content farms (non fosse altro che per la ingente quantità di materiale distribuito in rete), ma questo risulta ovviamente essere un forte fattore di contaminazione delle informazioni disponibili.
Google si dichiara ben conscio delle evoluzioni in atto e oggi sperimenta un nuovo modello di ridistribuzione delle notizie, con l’ausilio di due autorevoli partner come New York Times e Washington Post. Per questo motivo, probabilmente, potrebbe rivelarsi più opportuno e produttivo che media ed editori - invece di lavorare su fronti opposti, come accade oggi – facciano fronte comune con i servizi che aggregano notizie, veicolando un vitale traffico Internet verso di esse.
La prospettiva più auspicabile è quella che la qualità possa tornare a contraddistinguere l’informazione messa a disposizione degli utenti e che il fenomeno delle content farms possa risvegliare un settore in cerca di stimoli. A beneficio degli utenti e di chi, l’informazione, non ha mai smesso di farla per mestiere.
Dario Bonacina
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