La Suicide Machine funziona perfettamente

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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 21/01/2010
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Roma – Ha fatto parlare molti la Suicide Machine, il sito che permette di ottenere di fatto e senza tanti fronzoli il famoso diritto all’oblio. Ha fatto anche inquietare i dirigenti di Palo Alto, che strombazzano il mancato rispetto dei termini e condizioni d’uso in cui è scritto che utente e password non vanno rivelati ad alcuno e, perciò, hanno tentato di infilare il bastone tra le ruote al suo inventore. Ma non c’è niente da fare: la Suicide Machine è tornata a funzionare perfettamente, Mark Zuckerberg dovrà farsene una ragione.

Il responsabile del sito aveva già fatto sapere che non c’era da ravvisare alcuna violazione dei termini: “ci limitiamo a fornire un servizio agli utenti, senza cedere né password né dati personali, né tanto meno mettere a rischio la sicurezza del proprio account”, aveva detto Gordan Savicic.

D’altra parte, riesce difficile ammettere che l’automatizzazione di un processo lungo e complesso, di cui si è parlato proprio su queste pagine in tempi non sospetti, possa essere interpretato come un’autentica violazione.

Anzi, il titolare del sito andrebbe ringraziato per aver esteso anche agli altri network un altrettanto lungo (e di dubbia efficacia, se non svolto con estrema attenzione e diligenza) processo di rimozione che va dalla cancellazione di tutti i rami d’amicizia alla disiscrizione ai gruppi, dalla rimozione delle pagine a quella dei contenuti multimediali e le mille altre diavolerie di cui sono infarciti quei siti.

Chi scrive ha svolto a mano questa operazione per conto di un (ex) utente di Facebook e può assicurare in prima persona che l’operazione è lunga, noiosa, complessa e ricca di elementi facili da trascurare se non si fa estrema attenzione.

I tentativi di blocco messi in atto da Facebook avverso la Suicide Machine, peraltro, sono stati piuttosto goffi e grossolani: si è agito sul semplice indirizzo IP, come se aggirare un tal limite fosse cosa impossibile. Dunque, chi intende rimuovere la propria presenza se ne serva tranquillamente.

Volendo dare, come si dice nella Capitale, una botta al cerchio e una alla botte, va anche ricordato che l’esistenza di tale sito non dev’essere presa come un gioco: ci sono circostanze, di cui la cronaca tracima, in cui è davvero consigliabile relegare le reti sociali a un semplice ricordo. Famiglie rovinate, suicidi, violenze: è come la strada, non c’è affatto da stupirsi né da farsi scrupoli a rimuovere da esse le proprie tracce nel tentativo di voltar pagina nella propria vita. E con questo è data la botta al cerchio.

Quella alla botte serve per ricordare che le reti sociali, nel loro principio, non sono affatto  Satana in persona, la perdizione, o chissà cos’altro di negativo: basta farne uso con il famoso granum salis, insomma, con il cervello lasciato acceso, perché restino delle realtà meravigliose, coinvolgenti e utili, dove davvero possono nascere relazioni sociali nuove, sincere e durature, dove mantenere i contatti con chi si desidera può riuscir meglio che in precedenza.

Dunque, come al solito, tutto dipende dall’intelligenza e dalla consapevolezza con cui si impiegano tali mezzi. L’acredine con cui i dirigenti Facebook si sono scagliati contro l’iniziativa, oltre a essere l’esternazione (magari di bassa lega) del semplice tentativo di tutelare i propri interessi commerciali, non fa che confermare come il lasciare i cervelli accesi non sia esattamente ciò che vogliono gli estensori.

Sta ai netizen decidere – o meno – di farlo.

Marco Valerio Principato

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