I cambiamenti alla privacy di Facebook nel terzo millennio
Alcuni interessanti spunti di riflessione sul tema della privacy e di Facebook, offerto da una ricercatrice Microsoft nel campo dei social media. Che conferma, in pratica, quanto invece Facebook si ostina a declinare
Roma – L’approccio delle aziende verso la privacy è cambiato molto negli ultimi tempi. Paradossalmente, più si va avanti e più le aziende sono alla ricerca di metodi e modelli pensati per agire sulla privacy inseguendo un obiettivo ben preciso: ottenere comunque più dati personali possibile, pur sapendo di dirigersi palesemente contro le normative poste a tutela dei dati personali in tutto il mondo. Minore è la distanza tra la posizione dell’azienda sulla questione e il confine al di là del quale la norma è da considerarsi violata, maggiore è il profitto che l’azienda può ricavarne.
L’esempio più fulgido in questo periodo è proprio Facebook, che nel suo pesante gioco del gatto col topo sta cercando di ridurre quella distanza a valori prossimi allo zero. In altri termini, si sta avvicinando così tanto alla linea di confine che il suo presidente, Mark Zuckerberg, si è sentito in dovere di “costruire” un percorso d’opinione secondo il quale sarebbe addirittura la linea di confine a doversi fare più in là: lo ha iniziato quando ha avviato la propria opera di convincimento della pubblica opinione secondo cui “della privacy oggi non importa nulla a nessuno”.
Su queste pagine si è parlato più volte di quanto discutibile e sfrontato sia questo atteggiamento, evidenziando che l’unica ragione per la quale viene perseguito è quella del profitto. Ragione comprensibile, peraltro, fintanto che gli strumenti impiegati per perseguirlo sono ragionevoli e non (troppo) invasivi. Quando, però, i percorsi scelti ledono palesemente la libertà personale e, in particolare, il diritto alla tutela della propria identità, un campanello d’allarme deve suonare: non si può lasciare che a causa dell’opinione dei soli giovani – ammesso sia davvero tale – vengano travolti sani principi, regole derivate da un’autentica cultura secolare, consuetudini di provata efficacia ed efficienza e, in definitiva, un diritto del quale ognuno deve essere in via assoluta del tutto libero di poter fruire.

Danah Boyd, ricercatrice Microsoft, durante l'intervista con Technology Review
Della medesima opinione, tra i tanti personaggi che in questi giorni si esprimono sulla questione, è Danah Boyd, una ricercatrice di Microsoft Research della New England proprio nei social media. Danah è inoltre docente e laureata presso la School of Information dell’Università della California-Berkeley, è anche una blogger e la sua attività sotto forma scritta è decisamente abbondante.
Tuttavia, Technology Review ha preferito scambiarci due chiacchiere a voce, andando a stuzzicarla proprio sul tema caldo di Facebook, della privacy e dell’atteggiamento generale delle Web Companies sulla questione. L’intervista è tradotta qui di seguito.
Technology Review: Perché è così difficile allinearsi al modo in cui funziona Facebook?
Danah Boyd: La gente ha iniziato con la sensazione che tutto questo fosse solo per sé e per i propri compagni di studi. Da lì, si è passati al “giusto per sé e i propri amici”. Pian piano, tutto si è aperto e, nel percorso, la gente ha perso molta della consapevolezza di quanto accade dei propri dati. Questa è una delle cose che più mi preoccupa. Ho iniziato chiedendo a molte persone non-tecnologiche cosa sanno delle loro impostazioni sulla privacy di Facebook e ho dovuto rilevare quasi sempre che il loro modello mentale di privacy e ciò che vedono nei loro dati non combaciano.
TR: Cos’ha portato a questi cambiamenti in Facebook?
DB: Quando si pensa a Facebook, il mercato ha incentivi specifici da offrire: incoraggiare la gente a essere pubblica e incrementare il profitto pubblicitario. Tutto ciò che accade dopo parte da qui. La tecnologia rende facilissimo per la gente essere il più visibile e ricercabile possibile. La tecnologia è perfettamente allineata al mercato.
TR: Alcuni hanno abbandonato le preoccupazioni per queste dinamiche, asserendo che la privacy è morta.
DB: Facebook dice “Ah, le norme sociali sono cambiate. Non dobbiamo curarci delle preoccupazioni della gente sulla privacy, è roba da vecchi”. Questa, in buona parte, è una strategia, nella speranza che la legge segua le norme sociali.
TR: Cosa pensi stia davvero accadendo alle norme sociali?
DB: Penso che non siano cambiate affatto. Penso che stiano subendo colpi dal modo in cui le forze di mercato stanno operando in questo momento. E penso che il mercato stia spingendo la gente verso una direzione che avrà pesanti conseguenze, specialmente per chi vive ai margini sociali.
TR: Molti si chiedono perché ha importanza se le aziende impiegano dati personali. Quali sono gli effetti delle violazioni?
DB: L’esempio più calzante è quello dei docenti. Essi hanno un ruolo da svolgere durante la propria attività di insegnamento. E in alcuni casi essi conducono (o hanno condotto, ndR) una vita privata il cui modello potrebbe non essere idoneo a essere presentato agli studenti. Online, questo diventa rilevante: Facebook ora consente di vedere gli amici di chiunque a prescindere da quanto privato sia il profilo. E gli insegnanti si trovano spessissimo a confrontarsi, a prescindere da quanto ossessivamente abbiano tentato di rendere privato il proprio profilo, con uno dei propri amici che ha postato una foto in cui essi avevano 16 anni e bevevano o facevano qualcos’altro di sciocco e tutto questo, all’improvviso, i ragazzi lo portano a scuola. Invece, sarebbe opportuno che gli insegnanti abbiano con bambini e ragazzi un rapporto da insegnanti, ben diverso da quello che essi possono aver avuto con i loro amici intimi. Eppure, la tecnologia di oggi li mette costantemente a rischio (di compromissione di questo equilibrio, ndR).
TR: Cosa possono fare gli utenti su questo tema?
DB: Ritengo che si debba iniziare a parlarne. Storicamente, con Facebook si è sempre fatto e penso possa risultare di estremo interesse. Gli utenti finora hanno visto le regole cambiare e l’azienda non ha fatto nulla per richiamare l’attenzione.
TR: Ma ha una qualche rilevanza se gli utenti ne parlano?
DB: Dipende. Il Beacon di Facebook non ha avuto tutto il riscontro sperato. Gli utenti dicevano “Oh mio Dio, cos’è questa roba? Orribile”. Ed è partita una class-action. Il che ha portato a fare in modo che quel servizio non abbia avuto spazio.
TR: Quali tipi di regole potrebbero essere utili?
DB: Nel momento in cui si apportano cambiamenti alle impostazioni sulla privacy, il default deve sempre essere ciò che gli utenti hanno scelto inizialmente e qualsiasi variazione deve richiedere uno specifico opt-in. Punto. Fine della storia.
TR: Cosa potrebbe fare Facebook volendoti convincere sui cambiamenti fatti a modo suo?
DB: Hanno bisogno di un insieme di azioni che dimostrino la loro attenzione sul tema. Se davvero tengono ad accertarsi che la gente abbia di fronte un modello volto alla comprensione del bisogno di privacy, la cosa migliore da fare è che in ogni post che sta per essere pubblicato si evidenzi chi saranno tutti coloro che potranno vederlo o visualizzare quante persone potranno leggerlo. Se ti ritrovi a scrivere qualcosa e leggi che quel post (dopo la pubblicazione, ndR) sarà letto da 10 milioni di persone, penseresti due volte a che diavolo hai combinato con le tue impostazioni sulla privacy.
C’è ben poco da aggiungere a quanto spiegato da Danah Boyd. Molto interessante anche la lettura dei commenti, lasciati sulla seconda pagina della rivista del MIT, dai quali è facile evincere che ben pochi sono realmente d’accordo sul sorvolare a proposito della privacy. Qualcuno sostiene, infatti, che non è la privacy a essere cambiata, ma solo i metodi usati per violarla.

































