Apple Watch e MacBook nel terzo millennio

Tim Cook durante la presentazione di Apple Watch allo Yerba Buena.
Tim Cook durante la presentazione di Apple Watch allo Yerba Buena.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 10/03/2015
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Tim Cook, AD di Apple, ha presentato ieri i suoi due nuovi «gioielli»: Apple Watch e il nuovo MacBook. Riflessioni sulla posizione di Apple nel III millennio.

Puntuale come uno swiss watch, appunto, ieri c’è stata la preannunciata presentazione dell’Apple Watch allo Yerba Buena. Ha… condotto lo spettacolo Timothy “Tim” D. Cook, aka AD di Apple, coadiuvato dal suo abituale staff. I due oggetti del desiderio erano il nuovo MacBook e, naturalmente, il nuovo orologio, anche se chiamarlo così è decisamente riduttivo.

Debbo anticipare un pensiero: a mio personale avviso, il passaggio da iOS 7 a iOS 8, per Apple, è stata un po’ una svolta. Le caratteristiche di tutela di sicurezza e privacy che la casa di Cupertino ha incluso nell’ultima versione (senza parlarne sin dall’inizio con chiarezza, però) hanno un po’ voltato pagina rispetto al passato, con un’attenzione molto più evidente al problema. Ciò non significa essere “al sicuro” dalle inferenze, sia chiaro: ma, come per tutte le cose, nel farle si può essere approssimativi oppure precisi. E direi che stavolta Cook abbia puntato più sulla seconda scelta.

Andiamo al pratico. Nuovo MacBook: meno di un chilo (900 grammi abbondanti), look gold, più sottile, niente ventola. Display Retina ad altissima risoluzione (2304 x 1440), più luminoso del 30 per cento e una novità sulla meccanica della tastiera, come spiega Hardware Upgrade: i tasti non impiegano più la meccanica a forbice bensì una a farfalla. Indubbiamente più precisa ma, a mio avviso, meccanicamente meno resistente. E, naturalmente, un nuovo trackpad.

La più notevole innovazione viene senz’altro dalla presenza di un unico connettore di interfacciamento con l’esterno. Il nuovo MacBook ha solo un connettore USB-C su cui viaggia tutto: segnali video Display Port/VGA,  HDMI e USB, dunque anche la ricarica avviene su di esso. Per avere le porte separate serve una docking station, che andrebbe così ad aggiungersi ai 1299 dollari del modello con Intel Core M a 1,1 GHz e disco SSD da 256 GB, oppure ai 1599 dollari di quello con Intel Core M a 1,2 GHz e disco SSD da 512 GB. Da oggi in preordine, dice Apple. Arriverà il 24 aprile sugli scaffali (in Italia un po’ dopo).

Questo è un evidente cambio di filosofia, l’ennesimo del resto, con cui Apple “impone”, in certo qual modo, una nuova visione. Se possa essere condivisibile o meno resta discutibile, ma è un dato di fatto: Apple ha tolto il floppy, il floppy è morto. Apple ha tolto il CD/DVD, il CD/DVD è morto. Che con l’adozione dell’USB-C possano morire anche VGA, Display Port, HDMI e USB2/3, almeno nel breve termine, la vedo un po’ dura: per questo molti, su questo piano, sono perplessi, anche se – dare un’occhiata alle specifiche: parliamo di USB3.1 – prima o poi fatalmente accadrà.

E veniamo al Watch. Intanto parliamo di vestito: la cassa può essere in acciaio (un “Apple-acciaio”, naturalmente), con un costo da 349 dollari in su fino a circa 500,  oppure in “Apple-oro”, rosa o giallo 18K, nel qual caso si dovranno scucire più di 10mila dollari. “Apple-” perché leghe studiate per essere più dure e resistenti di quelle normali. Quella in oro è senz’altro una scelta molto particolare, con cui Cook probabilmente vuole rivolgersi a quelle fasce sociali dove spendere 10mila e più dollari è come comprare un pacchetto di sigarette. Non saprei, francamente, se riuscirà a interessare gli “appassionati di orologi”, quelli veri: chi è disposto a spendere cifre del genere per un Audemars-Piguet o un Baume Mercier vuole un orologio vero, possibilmente meccanico, un gioiello allo stato puro, non gli interessano i gadget.

Rispetto alla concorrenza – e non è poca né impreparata, questa volta – va detto che Apple Watch è a tutti gli effetti un’appendice di un iPhone. Senza di esso non “vive”, ma questo sarebbe il minimo. Chi vuol rifarsi gli occhi si guardi questa gallery del Corriere.it, che ne fa vedere di tutti i colori, fa anche qualche confronto con la concorrenza e spiega tutte le funzionalità di cui dispone.

Di certo ad Apple non sono mancate alcune idee veramente originali. Per esempio la reversibilità: in fase di configurazione il display può essere orientato per utilizzare l’orologio sia a destra che a sinistra, mantenendo la corona all’esterno e questa è un’innegabile prova di rispetto per i mancini, che troppo spesso si imbattono in strumenti nei quali non si tiene conto di questo (esempio: le forbici, che di default sono per destri e chiederle per mancini spesso equivale a non poterle acquistare). Un’altra cosa particolarissima è il poter agire da “mirino” per scattare le foto con l’iPhone: è innegabile che aggiunga molta flessibilità all’impiego.

Fin qui abbiamo parlato di feature “embedded”, che fanno fisicamente parte dell’ecosistema. Poi, naturalmente, c’è il discorso App: il valore che porta un oggetto del genere è ovviamente costituito in gran parte dalle App utilizzabili e su questo Apple difficilmente delude, visto che ci si può fare di tutto.

Sotto il profilo del mercato non può essere taciuta l’azzeccata scelta di prevedere due formati per la versione sportiva (Apple Sport Watch): uno più piccolo a partire da 349 dollari, e uno più grande a partire da 399 dollari. Differenziazione che sarà certamente apprezzata dalle donne, che di solito lo preferiscono più compatto.

Meno azzeccato, a mio avviso, il grado di impermeabilità: ci sono indicazioni contrastanti, c’è chi dice che può essere portato sotto la doccia, chi dice di no. Il sito di Apple, nelle pagine dedicate, non si esprime.

Nel complesso, dunque, un oggetto particolarissimo, senz’altro dotato di appeal, che per tutto quel che fa – specie quando ha il suo papà iPhone a portata radio (Wi-Fi o BlueTooth che sia) – è davvero difficile derubricare a “semplice” orologio.

Da un punto di vista squisitamente di marketing, la domanda sorge spontanea: attecchirà? Difficile dare una risposta. Il nuovo iGingillo – che stavolta ha perso dal nome l’iconica “i” iniziale a cui Apple ci ha abituati – «potrebbe vendere rapidamente 8 come oltre 40 milioni di esemplari», dice Il Sole 24 Ore, con variegati effetti sulla borsa.

Personalmente sono convinto che venderà: il gran lavoro di fidelizzazione e di scultura di una brand identity d’acciaio svolto da Steve Jobs (buonanima) è ancora efficace. Forse non venderà secondo le più rosee aspettative di Tim Cook (la concorrenza è davvero tanta), ma ad Apple non interessano molto le percentuali di quote di mercato: piuttosto, le interessa il fatturato.

E su quello, inutile negarlo, ci sa (ancora) fare.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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