Neutrality, AT&T s’allea con Google e Verizon contro FCC
Roma – AT&T, uno dei maggiori provider internet e telefonici degli Stati Uniti, il 15 dicembre scorso ha risposto ufficialmente con un abilissimo “ni” alle linee guida sulla Neutralità della Rete, diffuse dalla Federal Communications Commission alla fine dello scorso settembre. Un “ni” che risolleva un tema caro a molti paesi, Italia compresa.
A rispondere a Julius Genakowsky, presidente della Commission, con una lettera di tre pagine è James W. Cicconi, senior executive VP per gli affari esterni e legislativi del celebre provider.

James W. Cicconi, AT&T
Pur sottolineando l’intento di preservare, in linea generale, i principi di neutralità, con grande abilità Cicconi ha ricondotto l’attenzione su un post scritto a quattro mani il 21 ottobre scorso da Eric Schmidth, presidente di Google, e Adam McLowell, presidente di Verizon Wireless (altro importante operatore cellulare statunitense).
Con chiaro riferimento alla posizione dei due dirigenti, Cicconi sostiene che “quelle aziende (Google e Verizon, ndB) concordano sul fatto che un’Internet aperta sia una scelta di vitale importanza se al contempo si riconosce che ai fornitori di connettività broadband deve essere lasciato spazio per gestire le loro reti nell’intento di fronteggiare questioni come la congestione del traffico, lo spam, il malware e gli attacchi di Denial of Service, così come altre eventuali minacce che dovessero presentarsi in futuro. A condizione che lo facciano ragionevolmente, in accordo con le esigenze della clientela e che non discriminino sconsideratamente in modo tale da creare fastidi all’utenza o da divenire anticompetitivi”.
Non sempre, ricorda Apple Insider, Google e AT&T si sono trovate in perfetta sintonia, anzi: i più attenti ricorderanno gli strali lanciati dal celebre provider all’indirizzo di Mountain View, quando sosteneva che Google stesse violando la legge sulle telecomunicazioni nel fare certe scelte con il proprio servizio Voice.
Fonti specifiche di settore, quali Telephony Online, esprimono sulla vicenda il proprio punto di vista specialistico, evidenziando che il concetto di Network Neutrality è visto – dagli occhi di un utente e dagli occhi di un provider – in modo totalmente opposto: per chi usa il Web, la neutralità ha semplicemente senso in quanto quando si naviga tutto è ugualmente accessibile, senza ulteriori domande. Per chi alimenta la Rete, invece, la neutralità non ha affatto senso: per un provider, ogni singolo byte fatto transitare ha impatto sulla propria struttura, determinando le sfide reali sull’assicurare il servizio alla clientela.
Inoltre – continua la rivista sul proprio blog – il modello all-you-can-eat (intraducibile letteralmente: significa “prendere tutto ciò che si può”, ndB) è un’idea tipicamente americana che consente un accesso totalmente flat a una rete di servizi in maniera del tutto indifferenziata, con contenuti e applicazioni universalmente accessibili. Tale scenario – secondo il blogger – non si vede in altre parti del mondo, almeno non nello stesso modo. Una verità assolutamente di parte che, in Italia, non corrisponde per nulla al vero. Per questo chi scrive ha lasciato al blogger un commento con cui chiarire come nel Bel Paese, invece, per quanto concerne la banda larga su rete fissa, sia fondamentalmente così.
Dunque, in definitiva AT&T tende ad acconsentire in forma più consistente (anche se non totale) per quanto concerne la banda larga su rete fissa, molto meno per quella wireless. E su questo, come ben sanno i lettori del New Blog Times, in Italia gli operatori più importanti vanno esattamente nella stessa direzione, facendo spesso polpette del concetto in maniera piuttosto evidente.
Innegabile, quindi, che dietro a questo attentissimo vaglio posto in essere dagli operatori cellulari e Internet di tutto il mondo – non solo quelli a stelle e strisce – nei confronti del sostegno alla neutralità della rete in senso puro, ci siano aspetti a sfondo meramente commerciale.
Per questo Cicconi ricorda che “una stretta osservanza di criteri non discriminatori potrebbe limitare la disponibilità di servizi creativi e innovativi che la clientela potrebbe voler acquistare”. Frase non sfuggita ad attenti osservatori, che vuol parare esattamente in direzione del profitto: se le tubazioni non sono abbastanza “larghe” da concedere il passaggio di qualsiasi cosa senza sforzo, qualsiasi provider ha tutto l’interesse a privilegiare (leggasi: a far transitare prima di altro) quei servizi configurati come aggiuntivi, a pagamento aggiuntivo. L’esempio più semplice è quello di tendere la mano destra (oltre al canone) se si desidera, per dirne una, un passaggio prioritario e indolore di un servizio come il VoIP. O, guardando più avanti, un passaggio prioritario e indolore di un servizio di TV a pagamento, magari interattiva, magari in Alta Definizione o forse entrambe.
Ecco perché la direzione giusta da prendere, accanto a quella del sostegno di una politica di neutralità della rete reale e sincera, è quella del sostegno agli investimenti sulla Rete. Se la Rete ha una capacità tale da far passare con largo disavanzo di capacità tutti i servizi di cui si può fruire, qualsiasi tecnica di “network management”, come intesa in argomento, diviene semplicemente superflua. Ma ci sarà la maturità mentale per arrivarci, a tutti i livelli dove necesse che ciò sia compreso?
Ai netizen l’ardua sentenza. Sperando si parli dei netizen del presente, e non di quelli del futuro.
Marco Valerio Principato




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