Decreto Romani, un coro di no

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La Redazione
Di La Redazione
Pubblicato il: 28/01/2010
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Roma – Il Presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni Corrado Calabrò è intervenuto in Commissione Lavori Pubblici al Senato, centrando l’attenzione sul decreto Romani, in merito al quale deputati e senatori hanno espresso il proprio parere senza alcun vincolo. Si tratta dello stesso decreto su cui gli internauti in questi giorni si sono posti molti interrogativi.

Dubbiosa l’Agcom sul testo: la delega risulta “molto, molto ampia, con molto pochi criteri direttivi e molto poco dettagliati”. Agcom ha poi ribadito il proprio ruolo, che per effetto del decreto risulterebbe privato di specifiche competenze e reso frammentario.

Al centro del problema le autorizzazioni per i satelliti e le definizioni stesse dei palinsesti che, passando sotto il controllo dell’esecutivo, sarebbero diversi da quanto si utilizza nell’area comunitaria, sollevando problemi antitrust.

Qualora il decreto fosse approvato, occorrerebbe un’autorizzazione preventiva per la “trasmissione online”, che di fatto si trasformerebbe nell’ennesimo muro di gomma che parla solo burocratese. L’articolo 17, che prevede una specifica autorizzazione per la diffusione in diretta in Rete, trasformerebbe l’Italia in un caso più unico che raro al mondo.

L’Italia ha già fatto una pessima figura rischiando un richiamo dalla Commissione Europea per non aver eseguito la notifica – come previsto – entro il 19 dicembre 2009 del recepimento del decreto audiovisivi. Pare che si rischino anche ulteriori indagini UE proprio riguardo alle responsabilità degli ISP: sarebbe infatti vietato monitorare preventivamente anche se il Commissario Reding ha fatto sapere di non essersi occupata di questo.

Sul fronte politico, IDV, PD e UDC hanno fatto le loro contro-proposte fornendo riscontro alle discussioni che si sono svolte in Rete, in cui si sottolinea che quest’ultima è un bene comune, un diritto, deve essere neutrale e sostenere il software libero e le nuove tecnologie. Ma si evidenzia anche quanto il decreto Romani possa ledere tanto la libertà quanto i detentori dei diritti, facendo riaffacciare il problema della rettifica, almeno per quanto concerne i “videoblog”.

Sky Italia, naturalmente, è in allarme per i cap sulla pubblicità delle TV a pagamento e si domanda come mai non si lasci alla libera tendenza di mercato il decidere sul tema, piuttosto che chiuderlo nel quadro di una norma.

Insomma, c’è parecchio subbuglio in materia. L’unica speranza è quella di non farne davvero un caso unico al mondo: su questo, la stampa internazionale sarebbe, per l’ennesima volta, inclemente con il Bel Paese, non limitandosi a vociferare di “decreti anti YouTube” ma dipingendolo di ridicolo.

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