Paradossi dei social media: il tag «dead»

Due tipi di memoria, con cui abbiamo a che fare, ci piaccia o no.
Due tipi di memoria, con cui abbiamo a che fare, ci piaccia o no.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 08/01/2015
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Vicende incresciose come quella in cui è incorso il padre di Rebecca Alison Meyer sono il frutto di una piccola disattenzione. Cinica quanto si vuole, ma è così.

Ricordate l’incresciosa vicenda in cui Facebook, con il suo sviolinante Year in Review di fine 2014, ha composto un toccante filmato riassuntivo del 2014 dove Rebecca Alison Meyer, figlia di Eric Meyer, è stata inclusa pur essendo deceduta? Quel filmato ha ovviamente scosso non poco il povero genitore, già provato dalla perdita della figlia. E sul Web il suo post intitolato Inadvertent Algorithmic Cruelty (“crudeltà algoritmica involontaria”) ha spopolato, diventando virale. Bene, secondo Paul Levy, ricercatore senior in innovazione e management presso la University of Brighton, c’è una giustificazione.

È chiaro che le scuse di Facebook sono servite a poco per Eric Meyer, né quello è stato il solo errore in cui il “crudele algoritmo” è incorso. Ma, secondo Levy, il caso di Rebecca poteva essere evitato con un semplice gesto, tanto freddo e cinico quanto indispensabile: alla povera Rebecca doveva essere applicato il tag «dead», deceduta.

Può sembrare anche oltre il cinico e rasentare il malvagio, il freddo, l’insensibile, ma è così. Questo è il prezzo che si paga, in termini di business, per assecondare certi meccanismi come la mass customisation (la “personalizzazione delle masse”), una caratteristica che «diviene parte di una filosofia di business che vede gli utenti come masse, e l’innovazione come “personalizzazione delle masse”», spiega Levy.

Una scelta che presenta dei rischi, come quello di far ricadere alcune minoranze in circostanze non gestibili, analogamente a quanto accaduto con il filmato Year in Review confezionato per Eric Meyer. Rischi che, in linea generale, realtà come Facebook calcolano e sanno bene di potervi incorrere.

Il far «perdere il diritto umano di cancellare», spiega ancora Levy in un altro post, è uno dei punti di forza di Facebook (e non solo, ovviamente: si pensi a Google, per esempio) grazie ai quali esso sopravvive sul mercato e lo domina: diventa una memoria, indelebile e inamovibile, per qualsiasi cosa gli passi davanti, piaccia o no.

Ecco, quindi, le ragioni di riflessione alle quali bisognerebbe accorrere quando si parla  di memoria e di accesso alle informazioni ai tempi di Internet (ed ecco perché questo è uno degli argomenti centrali della tesi di laurea di chi scrive): non farlo significa trovarsi davanti a circostanze del genere, che a forza di fare spallucce quando pagine controcorrente come queste alzano il tono sulle questioni relative alla privacy, ai Big Data e al dominio assoluto da parte dei big, saranno talmente invadenti da fare – almeno in certi casi – veramente male.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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