Lo sguardo di Google sull’iride: password!

Una lente «bionica» per la scansione dell'iride.
Una lente «bionica» per la scansione dell'iride.
La Redazione
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Pubblicato il: 08/06/2015
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Fare poca attenzione alle date di un brevetto può produrre un apparente scoop, che scoop non è. Specie se il brevetto è stato protocollato non oggi, ma ben un anno fa.

Roma – Persino La Stampa sbaglia nel dare la notizia. «Sbloccare il telefono o aprire la porta di casa: dopo le password e le impronte digitali, il futuro dell’autenticazione potrebbero essere gli occhi. Ne sembra convinta Google, che ha depositato un brevetto per lenti a contatto in grado scansionare l’iride e riconoscere l’utente», esordisce il quotidiano torinese.

Non è proprio così. Google non ha “depositato un brevetto” oggi. Ha invece ricevuto notifica di avvenuta registrazione di un brevetto depositato esattamente un anno fa, basta leggere la pagina iniziale del documento, alla voce 22, che recita: “protocollato il 13 giugno 2014”.

Lo scenario cambia, e non poco. Innanzi tutto perché è impensabile devolvere esclusivamente a una lente a contatto l’identificazione dell’utente: c’è chi le lenti a contatto non le indossa, né intende farlo. C’è chi non indosserebbe mai una lente a contatto “contaminata” da materiali tecnologici inorganici di tipo elettronico, per proprie più o meno condivisibili convinzioni. Inoltre, la lente a contatto può essere persa: deve, quindi, essere previsto un meccanismo di “recupero dell’accesso” che preveda l’evenienza. Per non parlare di coloro che, indossando una lente a contatto, la vorrebbero anche capace di correggere il proprio visus, magari non perfetto.

Nonostante suggestive titolazioni (e relativi articoli molto “scatta e fuggi”), si può certamente affermare che, in futuro, il riconoscimento di un utente avverrà anche tramite iride, ma non solo. Non è solo Google a studiare un sistema per evitare il ricorso alle password1: lo fa ZTE per i propri smartphone, lo fa Microsoft con Hello, solo per citarne due.

E la “colpa” è sempre e solo degli utenti: se utilizzassero password come N.et1/5cx+dh probabilmente tutto questo rumore non si sarebbe generato e si sarebbe evitato di sollevare l’attenzione sulla domanda di sicurezza, che Google – a fronte di password come qwerty o 123456 – giustamente ritiene poco sicura come mezzo di recupero dell’accesso.

  1. L’uso delle password, tra l’altro, è spesso insicuro non per colpa di chi le impiega come mezzo di riconoscimento, ma per colpa degli utenti, che ancora oggi si ostinano a sceglierne di davvero facili da indovinare.  [Torna al testo]

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