Auto senza pilota, tra cui Google Car: ma arriveranno?

Una Lexus di Google, senza pilota, a Mountain View (California). Credit: Google.
Una Lexus di Google, senza pilota, a Mountain View (California). Credit: Google.
La Redazione
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Pubblicato il: 20/07/2015
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Diversi lettori scrivono chiedendosi se davvero sulle strade di tutto il mondo si vedranno circolare delle auto senza pilota di proprietà privata. Ecco qualche risposta.

Roma – Diversi lettori, affascinati come tutti dall’inarrestabile attività delle Google Car senza pilota e di altre iniziative analoghe, chiedono via email: al di là delle notizie, delle sperimentazioni e degli “annunci” (comunque ben più sensati di quelli di certi uomini politici), simili autovetture si vedranno davvero sulle strade? Quando? Ecco qualche risposta.

Ragionevolmente, dare una risposta al “quando” è assai difficile. Ma non per questioni tecnologiche: quelle, ormai, potrebbero ritenersi mature se solo si ricorda che Google ha iniziato a sperimentare dal 2009, ossia ben sei anni fa. E non è la sola azienda che ci lavora: sappiamo bene che anche Apple e altri ci sono dentro.

La difficoltà a dire “quando” nasce da ragioni molto più “materiali” e “banali”. Per esempio le questioni normative e tutto ciò che ne deriva. Si supponga che una simile auto, per qualsiasi ragione, sia causa di un incidente e produca danni ad altri: chi paga? Il proprietario? Il produttore del software che la gestisce? La casa automobilistica? Tutti e tre?

Poi ci sono gli standard di segnalazione: in tutto il mondo, i segnali stradali – che siano luminosi, a palo, su piano stradale, poco importa – sono sistemi semiotici concepiti per trasferire delle informazioni a chi guida che modellino o modifichino il suo comportamento. Se chi guida è un computer e non una persona, occorre verificare l’applicabilità del sistema normativo civile, penale, amministrativo, eccetera. Inoltre, occorre accertarsi che il computer che guida sia in grado di comprendere, come si diceva poc’anzi, il sistema semiotico del paese in cui opera.

Si è già visto che, praticamente nella totalità dei casi, le auto di questo genere non causano incidenti. L’ultimo, accaduto il primo luglio scorso a Mountain View (California), ha visto una Lexus di Google tamponata da un’altra vettura a 27 Km/h, nonostante la prima avesse compiuto una normale frenata. Gli occupanti della Lexus hanno riportato un semplice colpo di frusta, tipico di quando si viene tamponati. Le Assicurazioni avranno molto da ridire: vorranno far pagare di più perché la guida “non è umana”? Oppure vorranno far pagare di meno perché la guida “non è soggetta ai fallimenti umani di vigilanza e attenzione”? Tutto da stabilire.

Ci sono infine le “predilezioni” legate al carattere delle singole popolazioni. L’italiano medio, spesso sbruffone e prepotente alla guida, difficilmente accetterebbe di essere trasportato da un’autovettura di proprietà che gli impedisce di fare il furbo, di sorpassare quando non è consentito, di transitare sulle corsie di emergenza in presenza di code, di passare con il rosso, superare i limiti di velocità, eccetera. Se ciò fosse in qualche maniera fattibile, verrebbe meno l’intrinseca sicurezza fornita da un sistema automatico come quello perfezionato da Google e gli altri, e le assicurazioni di certo si rivarrebbero pesantemente sulle tariffe.

Un simile sistema di trasporto, infine, toglierebbe a chi possiede l’auto il “piacere di guida”: sono vetture nelle quali chi possiede l’auto svolge un ruolo appena diverso dal semplice passeggero, limitandosi a impostare le sole opzioni necessarie per raggiungere un determinato luogo, per eventuali parcheggi e via discorrendo. Anche questo è un ostacolo tutt’altro che semplice da superare.

Perché, allora, continuare a sviluppare questo modello di trasporto? Perché ha tanti vantaggi. Per esempio: non risente dell’umore di chi guida e la condotta è uniforme; non fa prendere multe per i limiti di velocità, rendendo obsoleti e inutili gli Autovelox (e qui ci sarà qualche problema di lobby di produttori e di mancati introiti da parte delle casse degli stati, ovviamente); non fa il “furbo”, quindi se si forma una coda, essa si forma perché è inevitabile, non perché i soliti “furbi” hanno ostruito parte del sistema viario prevaricando gli altri e il sistema si adegua senza alcuna “schizofrenia” da sorpasso; perché ottimizza automaticamente i percorsi, consentendo il risparmio certo di tempo ed energia; perché consente una più facile condivisione del trasporto, rendendo concetti come il Car Sharing molto meno utili; e via discorrendo.

Alla luce di tutto ciò, diciamo che forse ci vorranno quattro-cinque anni ancora perché il sistema possa essere preso in serio esame da parte delle case automobilistiche e dei singoli paesi per una sua produzione e adozione di serie, nonché per la nascita e il perfezionamento di un adeguato sistema normativo.

Quindi, sarà necessario qualche altro anno per far sì che i costi di produzione rendano possibile praticare prezzi sostenibili per i consumatori. Diciamo altri quattro o cinque anni, se tutto va bene.

Ecco che, nella migliore delle ipotesi, se ne parlerà tra una decina d’anni. Almeno.

Ma si farà, su questo c’è poco da dubitare: il trasporto automobilistico è da sempre il più pericoloso e con indice di mortalità più elevato, di gran lunga di più rispetto a quello aereo, navale e ferroviario. Senza contare l’enorme utilità per la riduzione di incidenti da sovraffaticamento negli autotrasporti. A meno di follia collettiva da parte dei singoli stati, è impossibile non riconoscergli i tanti vantaggi a fronte dei relativamente pochi svantaggi.


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