Pubblicità nascosta, etica e opportunità

Il comportamento della maggior parte dell'utenza di smartphone e tablet.
Il comportamento della maggior parte dell'utenza di smartphone e tablet.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 28/07/2015
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Si chiama «mobile device hijacking»: App che simulano la visualizzazione di elevate quantità di banner e li (auto)cliccano o “tappano”. Se ne sono accorti, e va bene, ma resta un problema: il modello di business di sistemi come Android, iOS e Windows.

Roma – «L’occasione fa l’uomo ladro», dice il proverbio. Guardo i segmenti più interessanti, produco un’App di grido. Quando decolla, la aggiorno e vi inserisco un po’ di codice, che visualizzerà virtualmente – senza che l’utente veda o senta nulla – una certa quantità di banner pubblicitari, simulando dei click o dei tap su di essi. Magari, se sono furbo, sospendo il “meccanismo” per un po’, poi riprendo. Tanto nessuno se ne accorge, a parte il contatore dei giga che cala e la batteria che si scarica.

Non è fantasia, è accaduto. E Forensiq, società specializzata nelle frodi pubblicitarie online, se ne è accorta e ha pubblicato uno studio sul tema, piuttosto dettagliato. Si può arrivare a 700 annunci l’ora, con oltre mille connessioni al minuto. Tutto senza che l’utente del sistema mobile (smartphone o tablet che sia) veda nulla. E il produttore delle App “incassa”, illecitamente, producendo danni agli inserzionisti per circa un miliardo di dollari l’anno, scorrazzando su dodici milioni di smartphone in tutto il mondo.

La furbata è stata notata sui “magazzini” (gli store) di Apple, Microsoft e Google. Quest’ultima dice di aver rimosso tutte le applicazioni zombie per violazione delle norme.

Questo, purtroppo, è sostanzialmente il risultato di un modello di business ben preciso, alla cui base c’è un comportamento architetturale “anarco-plutocratico”, che lascia troppa libertà agli sviluppatori, poco (o nessuno, nel caso di Android) potere decisionale e discriminatorio agli utenti dei sistemi operativi mobili in materia di libertà di accesso a risorse interne ed esterne. E deriva dalla volontà di facilitare oltre ogni misura l’impiego di sistemi complessi, anche da parte di coloro i quali la complessità non sanno neppure cos’è.

I “plutocrati”, infatti – Google per Android, Apple per iOS, Microsoft per Windows – dispongono di capitali enormi e predominano nelle decisioni sull’approccio all’accesso alle risorse interne ed esterne all’ecosistema in cui si trovano (smartphone e tablet): lasciano che i programmatori abbiano uno spazio tendenzialmente “anarchico” nell’appropriarsi di risorse con degli schemi normativi (le politiche per lo sviluppo) evidentemente inadeguati e insufficienti per tutelare la “collettività” rappresentata dalla glocalità della Rete.

Sulla base di questo ragionamento sarà assai difficile, a meno di una totale rivisitazione dell’intero paradigma (che però intaccherebbe i profitti dei “plutocrati” sino a minacciarne la redditività in maniera sostanziale), che simili problemi possano essere risolti con una manciata di vigilantes intenti a rimuovere le App fraudolente, o con qualche modifica alle norme senza una loro riscrittura radicata su principi etici solidi. Occorre, invece, ripensare il rapporto con un mondo ipercomplesso sotto mentite spoglie di sistema minimalisticamente semplice e perfetto.

Chi segue queste pagine con interesse e con mente aperta sa già come la pensiamo su Android e, più recentemente, su Windows 10, che arriverà domani manifestando un nuovo paradigma molto più vicino agli ecosistemi di Apple e Google, rispetto al passato.

Il fatto che la Apple abbia sposato il “paradigma delle applicazioni”, per cui le attività finora svolte attraverso i nostri browser vengono ora gestite da software installati sui nostri cellulari e tablet, può distruggere Internet allo stesso modo in cui l’automobile ha eliminato i marciapiedi e i parchi-gioco(nota 1).

La verità è che quando si maneggia un tablet o uno smartphone lo si fa, il più delle volte, con una involontaria, enorme superficialità, disconoscendo completamente la grande complessità racchiusa in essi. Si ha l’illusione di averne il controllo, perché è esattamente questo che i “plutocrati” hanno voluto, a partire da Steve Jobs(nota 1): dare l’illusione della perfezione attraverso la semplicità di un design minimalistico perfetto, nascondendo tutti i fenomeni di evoluzione e adattamento del technium(nota 2) in merito alla sottesa ipercomplessità dell’intero ecosistema.


(1) Vedasi in proposito Evgenij Morozov, Contro Steve Jobs – La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Codice edizioni, Torino 2012.

(2) Vedasi, per il concetto di “technium”, Kevin Kelly, Quello che vuole la tecnologia, Codice Edizioni, Torino, 2011


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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