Linus Torvalds e Jim Whitehurst (Red Hat): vedute diverse su Linux
Roma – Nei giorni scorsi c’è stato un acceso dibattito, scatenato dalle affermazioni di Linus Torvalds, il papà di Linux: secondo Linus, l’attuale livello delle distribuzioni è tale da iniziare a poter considerare Linux “bloated” (gonfio) e “scary” (spaventoso).
Tutto è partito in occasione della prima LinuxCon annuale, tenutasi negli Stati Uniti dal 21 al 23 settembre scorso, dove erano presenti numerosi personaggi di rilievo. Ma mentre sino ad oggi simili affermazioni sono state scagliate quasi sempre contro i sistemi operativi made in Redmond (i più attenti ricorderanno che tra la release iniziale di Windows XP e l’ultima, comprensiva di tutti gli aggiornamenti, le dimensioni del kernel sono aumentate non di poco), ora a quanto si legge questo crucifige è stato inflitto proprio da Linus Torvalds alle attuali versioni.
Dunque, un fallimento? Se lo chiedeva Cnet, contemporaneamente al LinuxCon. Naturalmente la risposta è no: per comprendere il significato dell’affermazione di Torvalds occorre non dimenticare, prima di tutto, che in Linux la grafica è arrivata ben dopo il kernel: Linux è semplicemente cresciuto seguendo la domanda dell’utenza. A differenza di altri sistemi, dove spesso si trovano caratteristiche e funzionalità di cui gli utenti non hanno bisogno, che non hanno mai chiesto – e ciò a causa dell’unidirezionalità delle decisioni che ne determinano l’architettura – in Linux questo rischio non esiste o è ridotto ai minimi termini, trattandosi di un sistema, in fin dei conti, fatto dagli utenti e per gli utenti, senza alcun background necessariamente commerciale alle spalle.
Il che non significa che l’attuale foggia di Linux sia quella che Linus Torvalds ha, sin dall’inizio, “sognato”: probabilmente Linus avrebbe fatto volentieri a meno di gran parte della grafica che c’è oggi, avrebbe rinunciato volentieri alle installazioni totalmente grafiche dove basta cliccare su “avanti” per portare a termine una procedura di installazione, anche dello stesso sistema operativo. Come avrebbe rinunciato a tanti degli automatismi, oggi disponibili, che hanno però l’innegabile vantaggio di essere a) comodi e b) responsabili dell’attuale maggiore penetrazione di Linux nei PC degli utenti diffidenti o incapaci.
E come giustamente precisava quest’estate Datamation, se ciò che si desidera è un Linux piccolo, compatto, veloce e in grado di funzionare anche su un Intel 80486 con 32 MB di RAM, non c’è che l’imbarazzo della scelta: Puppy Linux e Damn Small Linux non ne sono che due esempi. Dove, però, si desidera di più, la quantità di righe di codice può crescere o ridursi a piacere, a differenza di quanto accade con altri sistemi closed source, dove – come detto sopra – le decisioni al riguardo sono unilaterali. Si provi a fare altrettanto con Windows XP SP3, se ci si riesce: anche disponendo dei sorgenti, sarebbe percorso alquanto arduo da affrontare.
Per questo il presidente di RedHat, Jim Whitehurst, ha dissentito rispetto alla posizione di Torvalds in occasione della presentazione dei risultati finanziari di fine estate della sua azienda. Brent Williams, analista di Benchmark, gli ha chiesto la sua opinione e la risposta è stata secca: “… man mano che Linux continua a crescere e la sua applicabilità continua ad espandersi, ci sono semplicemente nuove caratteristiche che la gente desidera siano inserite nel sistema. Non ho parlato con lui (con Torvalds, ndB) sul suo commento. Non penso che (Linux) sia diventato poi così gonfio. Gonfio, un sistema lo diventa quando vi si aggiungono caratteristiche che la gente non ha mai chiesto. E, di sicuro, per la natura di Linux dove gli utenti stessi sono key contributor, credo che Linux sia cresciuto ma in funzione di ciò che la gente desidera, per di più in maniera modulare. Guardo, dunque, alla crescita più come all’essere lo specchio delle caratteristiche desiderate, e questa a mio avviso è una buona cosa”.
D’altro canto – è impossibile negarlo – mai e poi mai, pur con tutta la comprensione per l’innocenza dell’affermazione, un adolescente avrebbe potuto affermare che non trova differenze tra Windows 7 e Ubuntu: semplicemente perché di Linux, in assenza di quella crescita che ne ha però reso più facile l’approccio, quell’adolescente non avrebbe neanche saputo dell’esistenza.
Marco Valerio Principato















