iPhone e il suo rivale cinese, oPhone

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Marco Valerio Principato
Di Marco Valerio Principato
Pubblicato il: 02/11/2009
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Roma – Apple sta cercando di penetrare il mercato cinese, ma di farlo ufficialmente, non sottobanco. E per farlo ha scelto un operatore cellulare considerato minore, China Unicom, un provider da “soli” 140 milioni di clienti contro i 508 e oltre milioni dell’operatore mainstream, China Mobile. Ma là il mercato è molto, molto difficile e Apple, racconta China Tech News, dovrà prepararsi ad una vera e propria corsa ad ostacoli.

Innanzi tutto si fronteggia un mercato dove circolano qualcosa come due milioni di iPhone “sbloccati”, ovvero acquistati negli States o altri paesi dove sono venduti in stato di operator e SIM lock (cioè funzionano solo con un operatore cellulare e una specifica SIM card) e successivamente sottoposti a cracking, cosa sulla quale ormai non ci sono più segreti (tant’è che ogni tanto bisogna cambiare… serratura).

Tuttavia, il semplice annuncio del deal tra Apple e China Unicom ha scatenato una contromossa, tanto abile quanto furba: China Mobile ha annunciato la sua arma, intelligentemente battezzata oPhone. Che non è mai esistito e forse mai esisterà, ironizza l’Agenzia, ma resta il fatto che Apple dovrà combattere contro un nemico acerrimo: se stessa e i “suoi” iPhone sbloccati.

C’è, inoltre, un grosso problema: l’accordo con China Unicom prevede che agli iPhone “ufficiali” venga disabilitato il WiFi. Esatto, perché l’operatore vuole che per navigare in Internet – cosa che senz’altro si fa con un iPhone, se no cosa lo si acquista a fare? – il cliente paghi tanti bei soldini per il traffico in Rete: se fosse attivo il WiFi, questa fetta di torta si assottiglierebbe, potrebbe ridursi a un mero rimasuglio di una singola sfoglia di una torta millefoglie.

Apple, d’altro canto – continua l’Agenzia – non è da ora che sta tentando la penetrazione del mercato cinese: la prima zampa ce l’ha messa a fine 2006 con gli iPod, ricevendo però critiche per lo scarso supporto post-vendita alla clientela. Poi ha tentato una seconda zampata nel 2008, in occasione delle Olimpiadi, aprendo un proprio store, ma le lamentele della clientela per il servizio post-vendita non accennavano a diminuire. E resta sempre in agguato una fetta di torta grande assente, rappresentata dalle imitazioni.

Insomma, capire il mercato cinese è opera ardua anche per i ragazzi di Cupertino. Che sono legati a doppio filo al paese, a causa del serratissimo accordo con Foxconn, che gli costruisce molto del proprio hardware. Qualche mese fa, ricorda l’Agenzia, un giovane dipendente di Foxconn si voleva suicidare per i maltrattamenti ricevuti in occasione dello smarrimento di un prototipo di iPhone. Foxconn nell’occasione ha immediatamente allontanato il personale sospetto e si è comportata con i media con la massima trasparenza, senza però che questo abbia ridotto il clima di tensione nei rapporti con il personale.

Infine, c’è un grosso dubbio: in Cina i possessori di iPhone sbloccati sono tanti e, stante la situazione degli iPhone “ufficiali”, non sono certo destinati a diminuire, anzi, tutt’altro. Cosa farà Apple con queste persone? Accadrà, volente o nolente, che queste chiedano supporto, anche a pagamento, per l’assistenza ai propri smartphone craccati. Come si comporterà Apple? Gli sbatterà la porta in faccia? Forse, ma così rischia anche di darsi la zappa sui piedi, circoscrivendo una larga fetta di consensi e, in fin dei conti, anche se anomali, pur sempre di clienti.

Dunque, la saga continua. Ci sarà da ridere, ghigna l’Agenzia, perché l’aver scelto un partner “piccolo” espone l’azienda di Cupertino a litigare contro se stessa. E il modo in cui sceglierà di comportarsi con il “preesistente” sarà proprio ciò che determinerà se i mesi a venire saranno la totale riscrittura di un capitolo della storia e della politica aziendale di Apple, o se l’insistenza e l’ostinazione nel permanere nel proprio trend faranno da padroni, con tutti i rischi che ciò comporta.

Marco Valerio Principato

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