Il problema business di Android? La frammentazione

Android for business? Una pura chimera.
Android for business? Una pura chimera.
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 19/03/2015
Commenti Commenta | Permalink

Google ci sta provando, ha anche spinto altre aziende come IBM, Samsung e BlackBerry a tentare la «scalata» del mondo business. Ma non è così facile.

Per quale ragione, nonostante arditi tentativi, Android non “sfonda” come business operating system? Semplicissimo: il suo problema è la frammentazione e non è un problema nuovo.

Prima di tutto esistono una pletora di modelli di device, diversi sia per prestazioni, sia per caratteristiche hardware, ognuno dei quali ha la “pretesa” di far girare Android.

A seconda della loro età, ciascuno di essi fa funzionare versioni diverse di Android. Un vecchio Samsung S3, come nel caso di chi scrive, difficilmente riesce a funzionare in modo fluido con una versione più recente di Android 4.1.2 e, anche volendo, Samsung per quel device non fornisce aggiornamenti per versioni superiori alla 4.3. Inoltre, la poca memoria impedisce l’uso di App “pesanti” (come l’App di Facebook, per esempio).

L’unica alternativa per avere un Android (limitatamente) più recente è il ricorso alle c.d. “rom cucinate”, ossia quelle che nel mondo Unix si chiamano fork (intraducibile: si può intendere come “sdoppiamento progettuale con l’intenzione di prendere una direzione diversa”), di cui un esempio è CyanogenMod, che su uno smartphone ormai “vecchio” come un S3 consente di avere Android 4.4.

Ma anche lì c’è una battuta d’arresto: il team di sviluppo di CyanogenMod ha deciso di non sviluppare oltre la 4.4 per i vecchi device. Dunque, oggi che si comincia a parlare di Android 5, resta una sola possibilità: disfarsi dell’S3 e acquistare un nuovo device, con hardware nuovo, più potente, adatto a sopportare il nuovo Android.

Il non aggiornare per “mantenere in vita” un device datato purtroppo comporta dei disagi e dei rischi, che vanno dall’impossibilità di impiegare App nuove, fondate su funzionalità che nelle vecchie versioni sono assenti, alle limitazioni di memoria e di potenza di calcolo, nonché ai rischi derivanti dalla scoperta di sempre più vulnerabilità, incolmabili per il solo fatto di non ricevere più alcun supporto concreto.

Questa dinamica è guidata da un lato da Google, che ben conoscendo la velocità con cui emergono i limiti hardware delle vecchie piattaforme, superato un certo tempo non produce più aggiornamenti per le versioni più datate né si occupa, salvo pochi casi, di aggiornare direttamente; dall’altro dalla politica dei produttori, che gli anglosassoni chiamano sell and forget (vendi e dimentica), sorretta da un’ideologia fortemente keynesiana improntata al consumismo incontrollato. Ossia: ti vendo l’apparecchio, ti “sorreggo” per qualche mese, ma una volta che “ho da fare” con il nuovo hardware (che peraltro avevo già pronto quando ti ho venduto il primo) perché l’ho immesso sul mercato, puoi anche morire.

Se questo può obtorto collo andar bene per il mercato consumer, non altrettanto è per quello business. Un manager IT a cui si chiede di rispondere del funzionamento di centinaia, quando non migliaia di apparati collegati alla rete aziendale, non può diventare pazzo stando dietro a un parco di smartphone e tablet così frammentato, nonostante ogni sforzo per promulgare le politiche BYOD (Bring Your Own Device, portati il tuo device e usalo, compatibilmente con le sue capacità di farlo in sicurezza, sia per uso privato che per lavoro).

Ecco perché in quel segmento, il cui rilievo da un punto di vista macroeconomico è tutt’altro che scarso, spesso si legge di decisioni di tutt’altro genere. Quello stesso manager IT preferirà cento, mille volte affidarsi a un iOS di Apple, che nonostante l’obsolescenza rigidamente programmata e contemporanea di hardware e software presenta criteri uniformi, controllabili e prevedibili. In altri casi, molto più di quanto si creda (altrimenti quell’azienda avrebbe già chiuso da parecchio), preferirà affidarsi a BlackBerry, che da sempre ha fatto del segmento business il proprio cavallo di battaglia.

Tenterà la medesima strada anche Windows, che con la versione 10 di prossima uscita cercherà proprio quell’uniformità e unicità capaci di far trattare allo stesso modo tanto i device mobili che quelli portatili e da tavolo. Se poi riuscirà o meno in questo ambizioso intento è tutto da vedere: Microsoft vorrebbe avere un’unica versione di Windows omnicomprensiva, capace di “coprire” bene dal più provinciale e superficiale utente consumer al più evoluto e pretenzioso utente business, cosa davvero non da poco.

Come si può osservare, si tratta di segmenti ciascuno dei quali è affetto da proprie complessità intrinseche, dovute a insiemi di fattori imprescindibili con i quali è assai difficile confrontarsi agevolmente e, soprattutto, contemporaneamente.

Ciò fa concludere che i tentativi di Android di approdare sulle spiagge aziendali siano alquanto azzardati e persino chi prova a farglielo fare con alle spalle un’inestimabile esperienza nei relativi settori, come l’intesa BlackBerry-IBM-Samsung, corre più di qualche rischio.

In altre parole, sarebbe forse meglio che Google, con Android e derivati, si mettesse l’animo in pace: il mondo business è un altro pianeta sul quale occorre ben altro tipo di passaporto per atterrare in sicurezza e alloggiarvi senza riserve.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Commenti (Facebook)
Commenti (locali)




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.