Social Media Tools: vendete qualcosa? Toglieteli

Social Media Tools: quando è meglio non impiegarli.
Social Media Tools: quando è meglio non impiegarli.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 30/04/2015
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Secondo alcuni autorevoli esperti è bene ripensare la presenza e l’impiego di strumenti Organic Social Media nell’e-commerce: possono essere perniciosi.

Roma – Siete nell’e-commerce? Avete un portale di vendita online? Bene. Avete faticato tanto per renderlo più social, con quelle iconcine a nuvoletta per Facebook, Twitter, LinkedIn e Google Plus? Toglietele immediatamente, adesso. Vi fanno scappare i clienti. Questa è la novità.

Ma come, finora tutti gli emarketer ci hanno sempre detto di essere social, di sfruttare i social media, che se non interagiamo con i social media siamo fuori, e adesso che novità è questa?

Semplice: è il parere piuttosto autorevole di Entrepreneur. «Contrariamente a quanto si crede, rendere il vostro sito più social, in particolare fare affidamento su azioni di organic social media1, non incrementerà le vostre vendite», esordisce il sito. Lo stesso titolo è tutto un programma: Organic Social Media, the Marketing Tool That Sells Nothing to Anybody, ovvero Organic social media, lo strumento di marketing che vende il nulla a tutti.

Determinate categorie di clienti come quelli senior, spiega l’autore2, quando vedono quelle icone se ne vanno altrove. Inoltre, dato che assai difficilmente una pagina in cui si fa cassa viene condivisa o dotata di “mi piace”, l’assenza di numeri accanto alla nuvoletta non fa lo stesso effetto di quelli su un articolo3: fa sembrare quella pagina disgustata da tutti.

Secondo studi compiuti da Bounce Exchange il 91,6 per cento degli acquirenti online di passaggio su un sito di e-commerce non mette neppure un articolo nel carrello. Di quelli che lo fanno, il 68,4 per cento alla fine non acquista.

A fronte di questo, l’autore sottolinea che, vista l’esigua quantità residua di potenziali clienti, è bene concentrarsi (e far concentrare) sul pulsante “Acquista”: qualsiasi altra cosa – Like, Tweet eccetera – distrae e basta. Piuttosto – insiste Urban – meglio sostituire quei tre-quattro pulsanti con qualcosa di più utile come la quantità di articoli rimasti, la scadenza eventuale, il tempo di consegna.

La cosa peggiore da fare, secondo Urban, è chiedere a un potenziale cliente di concedere un “mi piace”: se ancora non ha mai acquistato da voi, che valore avrebbe? Finché si tratta di un evento (es. un concorso a premi con scadenza), allora “passi”, ma solo in casi particolari.

Per non parlare di Twitter, che secondo l’autore è esattamente quel che non ci vuole per sostenere un’organizzazione intenta a ottimizzare la propria attività e ad amplificare la promozione.

Non tutto è da buttare via dei social media in quell’ambito, sostiene ancora Urban. Facebook è da ritenersi uno strumento utile per l’ambito B2C4 e LinkedIn per l’ambito B2B5. Lo scopo, però non deve essere quello di vendere: piuttosto, quello di essere trovati e di colpire l’attenzione.

Se mai, l’attenzione per i social media dovrà esserci dopo: quando il cliente sarà diventato tale, allora si che gli si può chiedere un “mi piace” alla pagina di customer caring. Sempre ammesso che tale pagina sia efficace, efficiente, veritiera, plausibile, accattivante e coinvolgente, magari sfruttata anche per evidenziare le ultimissime offerte.

  1. Impiego dei social media in maniera “pulita”, senza utilizzo di post sponsorizzati.  [Torna al testo]
  2. Ryan Urban, amministratore delegato di Bounce Exchange.  [Torna al testo]
  3. Un articolo può essere semplicemente letto, ma non condiviso, né twittato, né inoltrato ad altri sui social media e questo non significa che non abbia avuto effetti. Quel che conta, su un articolo, è il numero di visite e la permanenza sulla pagina; quel che conta su una pagina di vendita o di cassa è la… conclusione dell’affare: niente a che vedere con un “like”.  [Torna al testo]
  4. Business to Consumer.  [Torna al testo]
  5. Business to Business.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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