iPhone «pieghevoli», iWatch, iRadio, iPenna… ma che combina Apple?

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 31/03/2013
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Negli ultimi mesi Apple sta accelerando sui nuovi concept e, in particolare, sul design: basta pensare all’ipotesi di nuovo iPhone con display arrotolato. Ma il futuro? Dubbi.

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Concept di iPhone con display avvolgibile che circonda il case.
Concept di iPhone con display avvolgibile che circonda il case.
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Ma state guardando i titoli su Apple, da circa un mesetto a questa parte? Ne stanno mettendo in pentola una dietro l’altra. Prima l’iWatch, poi si è riparlato di Apple TV, poi esce fuori il brevetto di un possibile iPhone con schermo “avvolto” tutto intorno (vedi immagine in colonna), ora esce fuori anche un possibile radiocomando per videogames che – con molta fantasia – ha già “preso” il nome di iRadio e forse anche una iPenna. Senza contare che, comunque, nel fatidico mese di giugno, potrebbe arrivare anche uno scontato “iPhone 5S”.

Insomma, certamente delle novità ci sono (per le relative notizie, rivolgersi agli appositi produttori delle medesime), ma come non constatare che Apple, a proposito di iPhone, stia fedelmente applicando il criterio dell’obsolescenza programmata fino allo spasimo? D’altra parte, come diceva giustamente Pino Bruno qualche mese fa, «dismessa da tempo la livrea del brand fighetto, che dispensava pochi oggetti di gran classe, riservati all’élite digitale, la mela ormai si fa mordere a largo raggio, a rischio di restar torsolo».

Infatti, la livrea del brand fighetto ormai Apple l’ha definitivamente dismessa. I tempi in cui faceva computer costosi, ma davvero invidiabili, facili da usare, veloci, performanti e avvezzi a una grafica sofisticata, sono ormai oggetti del passato. Oggi anche lo stesso Mac OS X – che da quando ho scoperto essere un tracciatoresifonatore come gli altri ho del tutto dismesso – è più uno strumento asservito al rastrellamento di dati e al contenimento degli animali all’interno dello zoo che un vero sistema operativo.

Per carità, avere la possibilità di cambiare continuamente i propri gadget – capacità economiche permettendo – è bello e divertente, ma qui per assecondare questi facili costumi mentali stiamo facendo esattamente il contrario di ciò di cui ha bisogno il nostro pianeta per sopravvivere. Qualche giorno fa in TV dicevano che se non cambiamo il nostro modo di consumare, nell’arco di pochi anni il pianeta Terra – che oggi ha bisogno delle risorse di un pianeta Terra e un pezzetto – avrà bisogno di quelle di due pianeti Terra interi. Che, naturalmente, non abbiamo né potremmo mai avere.

Che Apple sia una delle aziende che più si attiene al criterio di programmare l’obsolescenza dei propri prodotti non è cosa che dico io né – tantomeno – nuova: persino sulla pagina di Wikipedia dedicata alla spiegazione del termine l’azienda di Cupertino viene citata come esempio, ricordando che «Apple venne per esempio citata in giudizio nel 2003, con una class action a causa della durata delle batterie dell’iPod, volutamente programmate con una breve vita in modo che il consumatore compri dei nuovi modelli dopo un limitato periodo di uso, anche perché l’azienda in origine non volle offrire sul mercato delle batterie di ricambio». Ragazzi, duemilatre: dieci anni fa. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Ora, ragionevolmente, se davvero Apple sfornerà uno smartphone con display “all around it” (le altre, tutto sommato, sono novità di ordinaria amministrazione, neppure troppo esclusive), sarà una grossa innovazione ma più che altro sul piano dello stupire con effetti speciali: quale particolare vantaggio porterebbe un simile display? Quello di poter essere visto allo stesso momento da due persone diverse? Bene, e quale applicazione “professionale” potrebbe offrire, oltre al far vedere un filmato da due parti o ad aprire possibilità per nuove applicazioni ludiche bifacciali? Non so, ma francamente – oltre al design senz’altro esclusivo che ricorda un po’ il fine design à la Rado, quella degli orologi – non ci vedo, per il resto, chissà quali particolari possibilità (ad esclusione, forse, del campo ludico e di intrattenimento).

D’altro canto iPhone 5 ha senz’altro portato del fatturato, ma la verve con cui Steve Jobs – buonanima – vendeva i gadget della Mela è anch’essa ormai chiusa nelle ultime pagine dei libri di storia. Tim Cook ha un carisma minimale rispetto a Steve Jobs: lo zio Steve riusciva a far fare gridolini al suo pubblico anche ripresentando un iPhone pressoché uguale al precedente, con solo qualche feature in più (modo elegante per non dire “un semplice lifting”). Tim Cook questo non lo sa fare e ora si sta giocando la carta del design ultra-innovativo: la speranza -ovvia- è quella di ricatturare quell’attenzione morbosa del pubblico così come faceva Steve Jobs. Ma, caro zio Tim, i tempi son cambiati anche per quello.

Two years after a first consultation, the European Commission is conducting yet-another public consultation on the “Civil enforcement of intellectual property rights”, essentially on the IPRED directive1. Many aspects of this new consultation are similar to the previous one, and call for similar answers. La Quadrature du Net therefore re-sent its previous submission and denounces a process aiming at buying time to delay any debate on the urgent need to reform copyright.

Oltretutto, in Europa i tempi in tema di privacy e di sifonature di dati personali stanno diventando duri persino per Google (vedi box di lato, citazione di La Quadrature du Net) che, con tutto il rispetto, ha un portafogli leggermente più capace di quello di Apple.

Questo non perché Apple faccia meglio o meno di Google: semplicemente ancora non se ne è accorto nessuno di “importante”; ma quando accadrà, sono certo che qualche segnale arriverà anche sui tavoli di Cupertino.

Io continuo a essere convinto che, proseguendo su questa strada, vuoi per necessità di “rivedere” il nostro modello consumistico, vuoi perché la gente pian piano comincia a sentir suonare qualche campanellino d’allarme, vuoi perché c’è crisi economica mondiale, vuoi perché – piaccia o no – stiamo retrogredendo sino a somigliare nuovamente al modello greco antico (invertito, cioè dove noi siamo l’oikos e i big sono la polis), sono convinto – dicevo – che Apple nell’arco di massimo quattro anni perderà del tutto quel feeling di “esclusività”, di “figo” e di “ipertecnologico” di cui ancora gode vivendo di rendita sul sostrato pazientemente costruito da Steve Jobs, uomo a cui tutto si può rimproverare tranne le sue doti di attento e acuto osservatore delle dinamiche sociali e comunicative del mondo.

Altro che “brevettare il futuro”… Qui il reggersi in piedi ormai sussume un pubblico più attento, più consapevole e meno avvezzo all’efferatezza di un consumismo sfrenato. Mi ripeto, perché l’ho già detto, ma insisto: a breve-medio termine, vincerà chi avrà il coraggio di andare controcorrente, di sapersi ridare un contegno da punto di riferimento autentico, di offrire al pubblico quel senso di tutela concreta, di tranquillità e di vera fiducia che oggi è completamente sommerso. In una parola, dovremo tornare a chiamare il brand con il suo vero nome: marchio.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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