Smartphone rubato, ladro fotografato: basta avere Lookout

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 28/01/2013
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Nuova funzione per Lookout, App di protezione per Android: se vi rubano lo smartphone, fotografa il ladro e vi manda le foto. Però… c’è un prezzo da pagare. In tutti i sensi.

Roma – Attenzione, ladri di smartphone Android, aprite bene le orecchie: quando deruberete la vostra prossima vittima, accertatevi che nello smartphone oggetto delle vostre attenzioni non vi sia installata l’App Lookout, altrimenti vi ritroverete in un baleno fotografati con le mani nel sacco sul corpo del reato e, molto probabilmente, arrestati.

Questo, in breve, lo scopo di un’App come Lookout, che non nasce, però, solo per quello, che è un compito aggiunto recentemente a molto altro. Secondo  la casa produttrice, l’App ha ben di più da offrire: tutela la privacy, consente il backup dei dati contenuti nello smartphone, offre strumenti per ritrovarlo in caso di furto o smarrimento e ne permette un elevato grado di gestione a distanza oltre, naturalmente, ad offrire protezione contro virus e spyware.

Purtroppo la lista dei permessi di accesso – visibile, al solito, su Google Play cliccando sulla linguetta “Autorizzazioni” – è piuttosto cospicua: accede alle impostazioni audio, effettua riprese audio e video, rileva la posizione geografica, legge e invia SMS, accede a Internet senza limiti, legge i registri di sistema (incluse telefonate), legge e modifica la rubrica e le parole eventualmente memorizzate nel dizionario di tastiera, legge e scrive segnalibri e cronologia della navigazione Web, rileva lo stato e l’identità telefonica dello smartphone (quindi numero e operatore), può ripulire la cache, eseguire altre applicazioni, modificare lo stand-by, disattivare il blocco dello schermo e modificare le impostazioni di sincronizzazione.

In pratica, l’ennesima “padrona” che, del proprio smartphone, praticamente fa quello che vuole. Che fare, dunque? Fidarsi? Difficile dirlo. Farlo significa consegnare pressoché tutto ciò che contiene lo smartphone al produttore, fargli sapere per filo e per segno cosa si fa, quale sito si visita, con chi si parla e per quanto tempo, dove ci si trova, eccetera. Per far questo occorre accettare l’idea di aver concesso fiducia pressoché totale nel produttore. Un produttore che, stando a quanto si evince dal sito, è stato recensito da illustri media in maniera positiva, dunque nulla lascerebbe presupporre vi sia malafede.

Purtroppo, a prescindere dal fatto che si scelga o meno la versione premium (a 30 dollari l’anno di abbonamento), l’esame delle note introduttive e della nota completa delle politiche sulla privacy nonché dei termini e condizioni d’uso rivela, come accade quasi sempre, che l’utente è tutt’altro che al riparo dal rischio di profilazione.

Parte della conoscenza dei dati a cui l’App accede è, senz’altro, funzionale alla possibilità di erogare parti sostanziali del servizio che l’azienda mette a disposizione. Per esempio, sarebbe impossibile aiutare il cliente a ritrovare il proprio smartphone se, in qualche modo, non se ne conosce la sua esatta posizione geografica.

Risulta però plausibile che, proprio sfruttando l’indispensabilità del conferimento di certi dati, l’azienda ne approfitti – pur se in maniera onesta e discreta, ad esempio disaggregando (che si può leggere “spersonalizzando”) i dati identificativi specifici in grado di consentire di risalire alla persona fisica – per costruire profili utili a produrre dati rilevanti da impiegare per la costruzione di archivi di interesse per le multinazionali pubblicitarie.

Si tratta, dunque, di una concessione che – ove attuata – alloggia sul filo del rasoio nel vero senso della parola e va, quindi, valutata con estrema attenzione leggendo accuratamente, fino all’ultima virgola, tutto il fine print (lett. i caratteri piccoli, con cui sono scritte in genere le clausole che non si vuole risultino troppo evidenti) in cui l’azienda dichiara i propri intenti sul tema.

Per il resto non c’è che dire: l’idea è ottima. Sempre ammesso che i malfattori, dopo aver letto questo articolo, non coprano le telecamere con uno spesso frammento di nastro isolante nero prima di procedere al furto…

Marco Valerio Principato

Sull'autore:

Marco Valerio Principato (1856 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureando in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.



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