Apple dopo Steve Jobs: il morso è fatale

Apple dopo Steve Jobs: il morso è fatale
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 24/10/2011
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Quale futuro per Apple, dopo la scomparsa di Steve Jobs? Come affronterà l’azienda il doversi fare forza, l’accettare che “la vita continua”? Ai vertici spetterà una decisione niente affatto facile, dopo il “morso fatale”

Il povero Steve Jobs era ancora vivo quando nell’editoriale del 19 gennaio 2011 scrivevo che “per Apple ci vuol altro che Tim Cook”. Avevo ben ragione di pensarla così, anche se all’epoca tutti speravamo, quanto meno sul piano umano, che mai si parlasse di una fine così vicina per il celebre (“fu”) number one di Apple.

Quel che quell’uomo ha rappresentato per Apple è qualcosa che va oltre il materiale, oltre l’economia, oltre la tecnologia, oltre il tangibile. Ha rappresentato una sorta di deità, un punto di riferimento, un faro a cui tutti hanno sempre guardato, più o meno volentieri, all’interno dell’azienda.

Medesimo carisma è stato esercitato al di fuori: Jobs aveva una capacità catalizzatrice, una sorta di forza magnetica capace di accentrare su di sé tutti gli sguardi, tanto all’interno delle sale gremite di blogger e giornalisti in occasione degli eventi di presentazione, tanto all’esterno, non importava se per interposta Rete Internet, se per interposta carta stampata, se per interposto passaparola, qualunque cosa: aveva tutti gli sguardi dei suoi fan - perché di questo si tratta, per molti clienti Apple – puntati su di sé.

Di pochi CEO, se ci si pensa, è mai accaduto che in relazione alla loro scomparsa si siano accesi tanti dibattiti, siano stati scritti fiumi di inchiostro, immessi in Rete fiumi di bit, come è accaduto per Steve Jobs. La cui scomparsa ha stimolato persino la promozione di seminari in ambito accademico. Oggi, tutto questo è in mano a Tim Cook o a Phil Shiller. Sapranno raccoglierne l’eredità?

Impossibile. Non si possono travasare così, sic et simpliciter, trent’anni di strenuo lavoro da cui si ricava un’esperienza ineguagliabile, fatalmente dissoltasi insieme a Steve Jobs. Ad Apple non mancano le capacità tecniche, sia chiaro: quelle non può portargliele via nessun CEO che scompaia.

Ma per tutto il resto degli aspetti carismatici, tutt’altro che irrilevanti, anzi, fondamentali, i nuovi vertici dovranno fare una scelta. Voltar pagina e conferire al futuro di Apple il proprio imprinting, con tutti i rischi da incognita che ne derivano, oppure tentare l’arduo percorso del proseguire la strada tracciata da Steve Jobs.

Qualora la scelta fosse la seconda, non è difficile prevedere più di qualche inciampo: per riuscirci, ragionevolmente, ci vorrebbero troppi anni. Magari non trenta, ma neppure trenta giorni. Non va dimenticato che la tiepida accoglienza riservata alla presentazione di iPhone 4S è un fenomeno legato più a fattori emozionali che a parziali dissensi o insoddisfazioni legati all’apparecchio in sé.

La verità è che, nell’immaginario collettivo, là sul palco la gente vedeva Tim Cook, ma immaginava Steve Jobs, che ha lasciato il mondo nello stesso momento storico. È di questo morso fatale che i nuovi vertici dovranno tener conto.

Marco Valerio Principato


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Sezione in lettura: Editoriali

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