Web, il futuro delle interazioni sociali e il dialogo
Social Media interaction: ormai pressoché un ''must''.
Grazie a un episodio in cui mi sono imbattuto io stesso, mi sono fatto la domanda: quale sarà il futuro dell’interazione tra lettori ed estensori di articoli? Ho provato a rispondere: solo tramite social network
Per la prima volta mi sono trovato a interagire con due commenti a un mio articolo qui, sul New Blog Times, non utilizzando direttamente il sistema dei commenti di WordPress, bensì attraverso Facebook. Io, proprio io, il responsabile del sito, io che ho accesso a ogni angolo del sito, io che l’ho partorito, creato, editato, vissuto e gestito e continuo a farlo. Che succede? Cosa mi ha spinto a voltare le spalle al meccanismo “in casa” e a servirmi di quello di Facebook?
Da studioso/studente di Scienze della Comunicazione, è evidente che il quesito mi ha incuriosito non poco e ho cercato di darmi qualche risposta, attraverso la quale – forse – vedo un pezzettino di futuro che per alcuni (evidentemente più preparati e lungimiranti di me) è già realtà ma che, a questo punto, prevedo lo sarà presto per molti, se non addirittura per tutti, WordPress stesso compreso. Ora mi spiego.
Oggi non c’è quasi più sito o blog che non si sia attrezzato, in un modo o nell’altro, per essere socialmente connesso: dai quotidiani più importanti alle realtà più in vista della blogosfera, non mancano mai il box commenti di Facebook e il relativo Mi piace / Consiglia, il pulsante Twitter, quello di Google Plus e Google +1 eccetera. Devo perciò dare ragione – mio malgrado – a chi mi ha trapanato di email chiedendo la reintegrazione della realtà social. Pur contravvenendo ad alcuni miei principi, l’ho fatto: una vocina (forse aiutata dallo studio) mi ha detto che non era una buona scelta perseverare nell’altra direzione. Anzi, ho anche colto l’occasione per aggiungere qualcosa che prima non c’era, ossia l’avviso via email sui commenti locali.
Perché, dunque, questi segnali? Provo a dare/darmi delle risposte.
La richiesta di avere un avviso via email ai commenti di un articolo ha una sua ratio ben precisa. Oggi, fatti salvi alcuni siti di realtà grandi/grandissime (es. i grandi quotidiani), quasi nessuno, al mattino, “passa in rassegna” la Home Page dei siti che frequenta. La stragrande maggioranza delle letture deriva dall’aver trovato un articolo su Google (News o ricerca), da un feed RSS, da una segnalazione su Twitter o su Facebook o Google Plus. Tutto ciò è anche dovuto alla caduta, in qualche maniera, del vecchio paradigma “esce tutto a mezzanotte”, come i giornali: oggi è tutto un continuo aggiornamento, Twitter insegna.
Una volta trovato l’articolo, lo si legge e – se non si sta navigando ad capocchiam, così, senza una meta precisa – può accadere che si abbia voglia di commentare costruttivamente, dissentendo, sottolineando, aggiungendo concetti, facendo notare qualcosa, rettificando e via discorrendo. Risulta chiaro, visto il modo in cui si è “raggiunto” l’articolo, che si possa non aver voglia di prendere nota della pagina Web in cui esso è presente e andarla periodicamente a rileggere per vedere se vi sono stati altri commenti, di altri lettori o dell’estensore dell’articolo.
Molto meglio farselo segnalare automaticamente: i computer sono fatti per questo. Di qui l’opportunità di ricevere la segnalazione laddove, per forza di cose, si svolge un’attività ripetitiva periodica, quella della lettura della posta elettronica. Il meccanismo è completato: è una forma “primitiva” di social networking, cioè un modo per far sì che la comunicazione mediata da computer dia luogo a una interazione sociale, assicurando la capacità del botta e risposta e, quindi, la bidirezionalità della comunicazione.
L’unico “neo”, per così dire, è il contesto sociale: chi commenta localmente non conosce, salvo pochi casi, alcuno degli altri individui che leggeranno o interagiranno nell’area commenti, non sa di cosa si occupano, quali sono – almeno a grandi linee – i loro interessi, come si relazionano con gli altri individui, eccetera. Il commentare localmente diventa, dunque, un fatto “isolato”, un episodio molto breve dalla vita effimera, che nasce con il commento, a volte si protrae per una, due, tre botta e risposta, poi muore lì. Per di più, chi commenta non può (sia pure con un minimo di narcisismo e dosi variabili di esibizionismo) “mostrarsi” agli altri appartenenti alla comunità sociale a cui anch’egli/ella appartiene nel suo commentare, non può contare – per esempio in caso di esternazione di un dissenso – sul “supporto” di altri individui della propria comunità, che conosce e che sa essere capaci di sostenere la causa del dissenso con altri commenti.
Riflettendo, è a questo punto facile concludere che la naturale evoluzione del rapporto tra articolo (o post, non cambia nulla da questo punto di vista) e commento sia quella di traslare completamente l’attività di commento a una realtà social, come quella di Facebook (o Google Plus, concettualmente è la stessa cosa). Infatti, è sufficiente che l’articolo sia “citato” nel social network perché avvengano tutta quella serie di interazioni e contemporaneità sociali capaci di colmare il “vuoto” altrimenti lasciato da un sistema di commenti puramente locale.
Chi commenta è “visto” dai propri amici, oppure dagli appartenenti alle stesse cerchie (nel linguaggio G+), dunque agisce non nell’alveo ovattato di un sistema locale, ma “allo scoperto” nell’ambito del proprio contesto sociale virtuale. Stimolerà gli amici a leggere quell’articolo e aggiungere il loro parere, perché in linea di massima sa quali di essi condividono gli stessi interessi, le stesse passioni o lo stesso lavoro. Sa già che tra di essi vi sarà l’individuo “focoso” che getterà ulteriore benzina su un dissenso, oppure sottolineerà con altre parole di valore un consenso appena dato. Non solo: nel commentare attraverso un social network, chi commenta può in genere scegliere quale contesto sociale potrà accedere alla visione della propria attività. Nel caso di Facebook, per esempio, le impostazioni consentono di selezionare “Pubblico”, oppure “I propri amici”, eccetera, un’altra libertà che il sistema di commenti locale non prevede. A tutto questo si aggiunga che ogni interazione è “segnalata” immediatamente dal social network al relativo individuo interessato: non occorre più alcuna segnalazione via email o simili.
Non a caso, il plugin per WordPress “Add Link to Facebook” (lo stesso impiegato su questo sito) ad oggi ha al suo attivo oltre 800mila download e, a mio personale avviso, è tra i migliori per implementare l’interazione sociale tra WordPress e Facebook. Non altrettanto si può dire per Google Plus, la cui interattività con sistemi esterni è ancora molto limitata. Sono convinto, comunque, che Google riesaminerà presto questo aspetto: deve solo trovare il modo di farlo in maniera “redditizia” e sicura ma sa perfettamente che, in mancanza di questo, la sua adozione risulta gravemente “frenata” e rischia di… incendiarsi.
Ecco spiegato perché mi sono sentito “spinto” a commentare nel box di Facebook, piuttosto che rispondere nel sistema di commenti locale, pur tenendo presente che il plugin di cui sopra, nel tentativo proprio di arginare questa limitazione sociale, provvede a implementare una sorta di sincronia tra i commenti locali e quelli su Facebook, eseguendo “copia” dei commenti locali su Facebook e “copia” dei commenti su Facebook in locale. Purtroppo tale meccanismo ancora non è perfetto e non è detto che per chi “vive” sostanzialmente sul portale di Facebook sia così facile ritrovare articoli, commenti e interazioni con quell’immediatezza così necessaria per una agevole interazione sociale.
A questo punto, data per scontata una sorta di irrinunciabilità sociale a un sistema di commenti integrato in uno o più social network, comincerei a intravedere quale direzione potrà prendere da un lato la blogosfera e i siti più importanti aperti socialmente, dall’altro lo sviluppo di WordPress. Stante quanto ho appena raccontato, vedrei come più che naturale, istintivo e “automatico” che il sistema di commenti locali di WordPress scompaia del tutto, prima per “disattivazione volontaria manuale” da parte dei responsabili dei relativi siti e relativa adozione (con plugin o modifica diretta dei temi) dell’interazione tramite social network, poi perché… sarà lo stesso team di sviluppo di WordPress a rimuoverlo, in favore dell’implementazione diretta, interna e integrata del sistema di commenti collegato con i social network. Il sistema locale potrebbe anche restare, magari facoltativo e da scegliere in alternativa o in aggiunta a quelli social, così da permettere a chi non volesse in nessun caso interagire con alcun social network di disporre comunque di una interattività locale, magari dotata per default di sistemi di avviso via email.
Se finora ancora non è stato fatto, a mio avviso, è solo per un paio di motivi: dal punto di vista della programmazione, tale scenario è realizzabile già oggi con Facebook, ma non ancora con Google Plus. Non appena il gigante del Web si adopererà con delle API bidirezionali, capaci di permettere a programmi esterni di richiamare le sue funzionalità e interagirvi, per il team di sviluppo di WordPress sarà uno schiocco di dita, un attimo, per decidersi. Tutto sommato, nel farlo avrebbe solo da guadagnare.
Il secondo motivo è la certezza della possibilità di moderazione: nel momento in cui tale meccanismo diventasse “di default”, specie per le grandi realtà editoriali, diventa indispensabile offrire strumenti funzionali e affidabili per far sì che la moderazione possa svolgersi agevolmente e senza intoppi. Sarebbe infatti difficile, in caso di guai con un commento diffamatorio, convincere un magistrato dell’estraneità del sito al commento stesso perché, di fatto, incluso in un iframe: vagli a spiegare che l’iframe è un riquadro che esibisce un contenuto non residente nel sito ma proveniente da un URL esterno, e quindi non connesso con il sito stesso. La risposta prevedibile, in un’Italia le cui autorità sono troppo spesso telematicamente analfabete e che ormai tutti conosciamo, sarebbe: “non mi interessano le spiegazioni tecniche. Il fatto di rilievo è solo uno: io apro quella pagina, leggo l’articolo e sotto c’è un commento diffamatorio. Per visualizzarlo basta andare sul suo sito, di cui lei è il responsabile, dunque è lei che ne risponde”. Facebook già permette un discreto controllo sui commenti, anche se senz’altro può essere migliorato, mentre per Google Plus questo, assieme al resto, è ancora da perfezionare.
Superati questi due ostacoli, sono pronto a scommettere che andrà proprio così. Del resto, come dicevo poco più su, c’è chi ha già completamente derubricato il sistema di commenti locale, affidando tale attività esclusivamente a Facebook. Parlo per esempio di Fanpage.it, una realtà a cui non corrisponde un giornale su carta ma ciò non significa che non abbia il suo “peso”: ha avuto la capacità (e i mezzi) per imporsi e crearsi un vasto pubblico, un notevolissimo seguito (“piace” a oltre 1 milione di lettori, veri o falsi che siano). Se non ve ne foste accorti, quella realtà utilizza WordPress, sia pure integrato con i servizi di Amazon Web Services quale CDN. Ebbene, controllate, su qualsiasi articolo di qualsiasi area: il sistema di commenti locale è del tutto disabilitato, l’unica possibilità di commentare è attraverso le API di Facebook.
Oggi, senza entrare nel merito dei contenuti, non posso che concludere ammettendo che lo staff di Fanpage.it ha visto lontano e giusto. E questo non è che uno dei tanti siti che hanno già preso quella strada.
Aggiungerei solo una cosa: forza, Google, datti da fare con le API di Google Plus. Altrimenti, “quelli di WordPress” si stancheranno di aspettare. E a guadagnarci sarà solo Facebook.
Marco Valerio Principato






































No, Antonio, lei non è pazzo. Questa è la sua visione ed essa merita rispetto quanto le altre. Per questo, come dicevo, ho inteso lasciare piena libertà. La scelta di integrare Facebook (pur lasciando il sistema locale) è dovuta solo al suo “largo impiego” ma sono convinto che presto tutto questo verrà “integrato” nei blog come funzioni interne, Google+ compreso. Spero, opzionalmente, questo sì: non sarei contento di veder “tolta” la funzione di commento locale.
Del resto, i “numeri” di Facebook – nonostante la recente discesa di Zuckerberg – sono ancora largamente predominanti e Google non riesce a ritagliarsi lo stesso spazio. Forse ci arriverà, ma non so quando.
Un saluto
Faccio parte anch’io dell’esigua (?) schiera di persone che non si trovano con il sistema di commenti “social”. Semplicemente trovo assurdo che per lasciare un commento (che sia una critica, un complimento, un suggerimento che comunque costituisce un arricchimento per l’autore dell’articolo) io debba registrami a un servizio.
Detto questo, già prima mi arrovellavo su una domanda: che senso ha la dispersione/frammentazione/ridondanza dei commenti sui vari social network? Io scrivo un articolo. Questo viene citato su Facebook e commentato lì. Ma viene anche citato e commentato su Google+. Ma anche su Friend Feed, e così via. E non solo. Su Google+ tantissime volte mi capita di vedere lo stesso articolo citato da più persone diverse. Io lettore dove dovrei commentare? Sul post del primo arrivato, su quello dell’utente che mi sta più simpatico o cos’altro? Io autore quale vantaggio ricavo dall’avere il mio articolo commentato in cento posti diversi? E io commentatore quale vantaggio ricevo dal commentare solo nel gruppo dei miei amici (che magari in gran parte non capiscono una ma**a dell’argomento trattato) piuttosto che leggere le altre novantanove fonti di commento? Ecco perché avrei un sogno al rovescio/un’utopia. Che i social network permettessero la citazione rimandando per i commenti al sito “locale” da cui è proviene la notizia. Ovviamente sono pazzo.
Caro J4mes,
mi spiace contraddirla, ma non deve essersi accorto che la penso esattamente come lei. Avrà infatti notato che, sia su questo sito, sia sul mio blog “personale” (nibble.it) dispongo di entrambi i meccanismi. I motivi per i quali avevo disabilitato tutte le interazioni social erano gli stessi che sospingono lei a non impiegare strumenti tramite i quali si è esposti a ulteriori profilazioni.
Essendo io stesso molto “nemico” di questa assurda modernità, me ne guardo bene dal fare alcuna cosa dei commenti lasciati in locale: amo la libertà, quella vera, quella che si prova quando si “sente” di poter avere davvero fiducia in qualcuno, incondizionata e accompagnata dalla certezza quasi assoluta che nulla di spiacevole possa conseguire all’aver concesso quella fiducia. Ciò non impedisce a grandi strutture come WordPress di “adagiarsi”, in certo qual modo, al “volere comune” (che equivale a dire: al volere della maggioranza, che non coincide del tutto con il volere comune) e di modificare i propri meccanismi in base a tale volere.
L’unica speranza che ancora vi ripongo è che WordPress, essendo un “cuore Open Source”, ancora possa godere di quel feeling libero che è al contempo causa ed effetto della sua nascita e della sua esistenza. Dovrebbe essere motivo sufficiente a far sì che il relativo team non rimuova del tutto il meccanismo autonomo dei commenti, ma “affianchi” quello locale, come scrivo nel testo, restando “magari facoltativo e da scegliere in alternativa o in aggiunta a quelli social, così da permettere a chi non volesse in nessun caso interagire con alcun social network di disporre comunque di una interattività locale, magari dotata per default di sistemi di avviso via email”.
Purtroppo, scelte come quelle di Fanpage.it rientrano in quel famoso “volere della maggioranza”, che si predilige per priviliegiare la quantità alla qualità. Io, anche se ne parlo e ne discuto, si vede dai fatti come la penso. Questo sito esiste dal 2008, sono quasi quattro anni compiuti (il 1 settembre). E i suoi fan sono “solo” 841. Tutti veri, nessuno è stato mai sollecitato da iniziative “commerciali”, mai “comprato” un fan in vita mia, lo trovo semplicemente assurdo.
Ma in quest’epoca altrettanto assurda, c’è chi sceglie di cavalcare quell’onda. Un problema di scelte. Io preferisco restare sì, aperto, ma anche pronto a essere del tutto autonomo.
Un saluto
Marco Valerio Principato
Non mi sono mai piaciuti i blog che utilizzano SOLO plugin dei social in generale e di facebook in particolare, per il sistema dei commenti.
Citando Fanpage.it, l’ho visitato un paio di volte. Non appena mi sono reso conto che per commentare avevo bisogno di facebook, l’ho semplicemente abbandonato.
Sarà perché non ho account in facebook, forse. O forse perché non mi va di essere pedinato da un Mark Zuckerberg qualunque ogni qualvolta che navigo\commento un sito. (vedo con dispiacere che questo discorso non è stato toccato per niente)
Semplicemente, se mi viene negato la possibilità di commentare un sito in maniera anonima o comunque non legata ai social, lo abbandono. Di alternative valide a quel sito ce ne saranno sempre.