Fido, l’ex-DECT di Telecom Italia. Socrate, l’ex-fibra della medesima

Communications Convergence

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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 31/07/2012
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Dai rottami di FIDO e di Socrate, su cui è bene riflettere attentamente, si scorge un quadro generale del tutto sconfortante di un paese che non ha ancora finito di inabissarsi. Ma non ci manca tanto

Tra i pochi a dedicargli caparbiamente spazio ancora oggi, il giornalista e blogger Pino Bruno ospita sul suo blog una serie di post-denuncia (vedi articoli correlati in fondo alla pagina collegata del blog di Bruno), di cui uno appena pubblicato. Icone ferme in Rete, volte a far sapere alla gente cosa sono quei pali ancor oggi presenti per strada in moltissimi capoluoghi, dotati di una o due strane scatolette fissate in cima e a volte (ma non sempre) di due cornine, come vengono “affettuosamente” appellate a Roma, poste in cima, antennine simili a quelle dei router domestici WiFi. Quei post vogliono anche far sapere cosa resta di Socrate. No, non del filosofo: del progetto Socrate di Telecom Italia, che di filosofico non ha avuto, non ha e non avrà nulla.

A proposito di quegli strani pali, si tratta, anzi, si trattava del sistema FIDO di Telecom Italia, in pratica un’estensione pubblica del proprio cordless domestico. Un progetto che avrebbe avuto grandi potenzialità se fosse stato compreso e sfruttato al meglio (vedi anche copia Newsletter del DECT Forum pubblicata all’epoca, scaricabile in fondo dopo le foto, dedicata al tema), ma sul quale si sono abbattuti errori di ogni genere, da quelli di comprensione tecnologica a quelli di marketing. Risultato: “FIDO va in pensione”, così recitava la lettera inviata all’inizio degli anni 2000 a tutti gli abbonati, incluso chi scrive, quando Telecom Italia ha deciso l’eutanasia per quel progetto. Tentando di “ingraziarsi” l’utenza con elargizioni di ogni genere, persino regalando cellulari TIM, pur di far dismettere le utenze FIDO.

L’altro versante della denuncia di Bruno riguarda il progetto Socrate, sempre di Telecom Italia: un’idea nata male, progettata malissimo, realizzata peggio (il trasporto in strada era in fibra, ma nei palazzi, come si vede chiaramente in quello di chi scrive, arriva “normale” cavo coassiale; peccato che, come documentato da Bruno, in molte circostanze questo cavo coassiale si prolungava un po’ oltre i confini dei palazzi) e finita anch’essa nel dimenticatoio. Secondo quanto raccontava (tra le righe) all’epoca La Repubblica, chissà se per questioni tecnico/economiche o “qualcos’altro”.

Lo scopo dichiarato era quello di “portare la fibra ottica a 100 Megabit al secondo in dieci milioni di abitazioni” (maggiormente trasparente sarebbe stato dire “portare connettività a 100 Mbps”). Non gratis, naturalmente: sono state spese cifre da capogiro (tredicimila miliardi delle vecchie Lire, ossia quasi 7 miliardi di euro al “cambio”) per la realizzazione. Al di là dell’ilarità che oggi può suscitare il parametro “fibra ottica a 100 Megabit” (oggi si utilizza il normale cavo Ethernet per viaggiare a 1 Gigabit), anche lì sono stati spesi fior di soldi pubblici, così come per FIDO, con l’unico risultato di vedere tutto naufragato. Gli unici residui visibili, oltre quelli documentati da Bruno, sono all’interno dei palazzi, incluso quello in cui abita chi scrive, nei quali ancora è presente e tangibile parte di quel cablaggio. Mai acceso (salvo per qualche test), mai usato, dimenticato, spesso – in alcune abitazioni – del tutto murato e scomparso dalla memoria collettiva. Ma costato soldi veri, dei cittadini.

FIDO

Un palo dedicato FIDO a Venezia, oggi (click per ingrandire)

Un palo dedicato FIDO a Venezia, oggi (click per ingrandire)

In dettaglio, FIDO era un sistema intelligente: essendo basato su tecnologia DECT, non permetteva l’utilizzo in movimento a più di 40 Km/h, ma non era certo questo il problema. La sua intelligenza consisteva in una doppia identità: il proprio cordless domestico DECT poteva registrarsi alla “base” posta in casa, diventando una normale appendice della propria utenza telefonica di rete fissa, esattamente come oggi, oppure registrarsi alle “basi” pubbliche, quelle dotate di quelle cornine di cui sopra, presenti all’epoca un po’ ovunque all’esterno, all’interno delle stazioni della metropolitana, nei luoghi pubblici e sulle pareti dei palazzi (e di cui la maggior parte sono ancora là). Il vantaggio era quello di essere reperibili ovunque, sempre con lo stesso numero telefonico di casa. E di telefonare a chiunque mostrandosi con lo stesso numero.

Quando si usciva di casa, si procedeva a registrare il portatile su una “base” pubblica. Ciò fatto, il sistema era in grado di far telefonare l’utente esattamente come da casa, per di più con il roaming da una “base” pubblica all’altra. L’unica differenza erano le tariffe: chiamando da “fuori”, si pagavano 127 Lire alla risposta e circa 200 Lire al minuto.

Una cella DECT FIDO a Roma, sulla parete di un palazzo, oggi (click per ingrandire)

Una cella DECT FIDO a Roma, sulla parete di un palazzo, oggi (click per ingrandire)

La ricezione delle chiamate, a differenza di quanto riportano alcuni, era gratuita, come spiegava Il Corriere a gennaio 1998: il maggior costo era pagato da chi chiamava, che in caso di telefonata verso un utente posizionato su FIDO “esterna”, veniva avvisato da un’apposita fonia del maggior esborso dovuto al routing su rete FIDO. Questa differenziazione tariffaria, abnorme per l’epoca, è stata tra gli errori gravissimi commessi dal management di allora: era troppo cara. Una politica tariffaria diversa avrebbe prodotto risultati inimmaginabili, tanto più che, come scriveva Angelo De Nicola sul Messaggero del 5 aprile 2000, “c’è comunque da dire che gli investimenti iniziali, circa mille miliardi, praticamente sono già stati ammortizzati”.

Una cella DECT FIDO a Viterbo, anno 2010 (click per ingrandire)

Una cella DECT FIDO a Viterbo, anno 2010 (click per ingrandire)

Il funzionamento era comunque più che decente. Le uniche difficoltà potevano sorgere all’interno di edifici nelle cui vicinanze non vi fossero “basi” pubbliche: una lacuna che si sarebbe potuta colmare molto facilmente, anche con l’aiuto dell’utenza. Purtroppo i cellulari premevano, la TIM (nata da poco) lanciava la tariffa “City ricaricabile” ed “Eurobasic città”, come spiegava La Repubblica (a cui è succeduta la tariffa arancione), con struttura tariffaria praticamente progettata apposta per affossare definitivamente ogni “residuo” di FIDO.

Una volta dichiarato sospeso il progetto, purtroppo, l’intera infrastruttura pubblica è stata letteralmente abbandonata a sé stessa. Secondo quanto ha riferito una fonte di chi scrive (di cui non è possibile citare il nome perché non autorizzata a riferire sul tema), vi sono ancora diverse “basi” DECT pubbliche il cui doppino è ancora interamente permutato, il che equivale a dire che realizza ancora la totale continuità galvanica con la centrale Telecom Italia a cui faceva capo per funzionare. La parte visibile, ampiamente denunciata da Pino Bruno e ulteriormente documentata in questo testo, è la presenza di scatole fissate alle pareti, pali dedicati e scatoline con doppia antenna fissate ai pali dei lampioni dell’illuminazione pubblica, mai rimosse.

Il cordless Siemes CITY, dell'epoca, con la sua base, idoneo per il FIDO

Il cordless Siemes CITY, dell’epoca, con la sua base, idoneo per il FIDO

Non si tratta che della punta dell’iceberg: FIDO, per funzionare, richiedeva anche tanti collegamenti alle rispettive centrali quante erano le “basi” pubbliche, occupando doppini telefonici. All’interno delle centrali erano installati gli apparati di terminazione FIDO, necessari per interfacciare le antenne esterne alla rete telefonica. Ciascun apparato di terminazione doveva accedere al sistema di classificazione, riconoscimento e tassazione utenza (per tariffare sulle rispettive bollette), doveva accedere a un sistema centralizzato in grado di “farsi carico” di un utente che “transitava” da una “base” pubblica all’altra, attivare la fonia di avviso per le chiamate in arrivo verso l’utente chiamante, insomma un’autentica appendice distribuita della rete telefonica generale. I cui costi complessivi non sono certo un’inezia: altri mille-millecinquecento miliardi (non è certo) delle vecchie Lire. Tutto abbandonato.

SOCRATE

Non meglio per il progetto Socrate: i residui (o rottami, come li definisce Bruno), sono ancora presenti un po’ ovunque. Ma la parte più cospicua è quella che non si vede. Nel palazzo in cui abita chi scrive, fortunatamente (secondo il piano di Telecom Italia dell’epoca) costruito nel quartiere Prati di Roma, per mesi e mesi sono state al lavoro orde di operai e tecnici, che hanno operato sul palazzo a cuore aperto. Hanno scavato tracce profonde e ampie nei muri lungo tutta l’altezza e in orizzontale, facendo posto “per portare la fibra” (che nella parte terminale era cavo coassiale) in ciascun appartamento. Hanno installato, in ogni sottoscala, un nuovo armadio di colonna montante, aggiuntivo rispetto a quello in cui giungono le normali coppie telefoniche.

Scatola con la fibra di FIDO in casa di chi scrive, in un angolo poco visibile dell'ingresso (click per ingrandire)

Scatola Socrate in casa di chi scrive, in un angolo poco visibile dell’ingresso (click per ingrandire)

Ogni abitazione, nel palazzo in questione e in tutti quelli della zona e delle altre città che hanno vissuto tale scempio, ha all’ingresso una scatola, chiusa e dimenticata da molti, al cui interno c’è arrotolato il cavo coassiale terminale attraverso il quale dovevano giungere tutti gli strombazzati servizi di nuova generazione trasportati dalla fibra.

Scatola di cui molti occupanti di oggi neppure conoscono l’esistenza: in alcuni casi di ristrutturazione, tale scatola è stata annichilita da un colpo di tronchesi che ne ha reciso il cavo, uno di scalpello che ha rimosso la scatola, e un altro di cazzuola e americana, due strumenti impiegati dai muratori per riempire le tracce sulle mura e rasare a pari con il resto dell’intonaco.

Scatola FIDO sopra la porta dell'abitazione di chi scrive (click per ingrandire)

Scatola Socrate sopra la porta dell’abitazione di chi scrive (click per ingrandire)

Bella fine, per un progetto pagato con i soldi dei cittadini, poi in qualche modo accaparrato da Fastweb (che all’epoca aveva l’idea di cablare in fibra, idea ritenuta degna di attenzioni antitrust e poi del tutto sotterrata con l’avvento dell’ADSL e, con essa, definitivamente sotterrato anche il progetto Socrate). Un funerale che ha destato, come e peggio di FIDO, notevoli perplessità.

CONCLUSIONI

A poco servirebbe, purtroppo, l’idea apparentemente geniale e provocatoria di convertire tutte le “basi” FIDO in altrettanti access-point WiFi (venuta in mente persino a stranieri, e non oggi, ma nel 2006): i costi non sarebbero così bassi come si può ritenere, occorrerebbero apparecchiature telealimentate, dotate in buona parte di una linea ADSL (alcuni potrebbero essere solo repeater) e dovrebbero occupare altrettante utenze Internet in centrale. Oltretutto, anche volendo, tali installazioni si trovano nei grandi centri urbani e nei grandi capoluoghi: ossia proprio laddove di divario digitale ce ne è meno. Dunque, la pur lodevole (ma difficilmente applicabile) idea della riconversione tornerebbe senz’altro utile fuorché allo scopo di agire come argine per il digital divide. Del resto, iniziative di copertura WiFi realizzata ex-novo non sono più poi così rare, come accaduto a Milano da pochissimo, dimostrando che per quel tipo di servizio conviene di più partire da zero. La proposta, dunque, va raccolta sostanzialmente quale provocazione, al fine di “smuovere” qualche orecchio probabilmente non troppo efficiente.

Visto oggi, lo scenario FIDO/Socrate è come uno scenario post-bellico, in cui orde di personaggi non meglio qualificabili hanno divorato fondi pubblici, si sono arricchiti, hanno succhiato sangue come sanguisughe riempendosi la bocca di paroloni  dei quali – i fatti lo dimostrano – gli stessi personaggi sembravano ignorare del tutto il significato. Personaggi che erano ai vertici di quelle grandi aziende che oggi, prima di investire, anziché confrontarsi con i doveri di una “azienda pubblica”, devono confrontarsi con quelli di “azienda privata”. Il che significa rendere conto alle banche – e non ai cittadini – di quale fine fanno i capitali investiti. Di male in peggio: se prima lo Stato poteva avere un minimo di rimorso, le banche non lo hanno. Vogliono profitti, sicuri, addirittura anticipati, altrimenti poi ti minacciano di vendersi i tuoi debiti.

Un paesaggio (purtroppo) spettrale, di cui nessuno sembra preoccuparsi, perché il relativo impianto semiotico è troppo poco evidente per la media delle persone, che non ne colgono alcun simbolo, o quasi. Se solo lo si porta a un minimo di risalto, specie pensando anche agli altri versanti del quadro economico, sociale e politico, non va assolutamente meglio.

Questa è l’Italia che promette, ancora oggi in modalità marinaio, “banda larga per tutti”, “annullamento del digital divide”, riduzione dei costi della telefonia mobile in roaming, e che ancora insiste con progetti di cablaggio in fibra, destinati ad accentuare – e non a colmare – il divario digitale: ammesso riesca a decollare, quella fibra sarà per pochi, non certo per tutti. E non ci vuole un’arca di scienza per capire che, forse, anziché spendere milioni per cablare in fibra una minoranza ristrettissima, sarebbe stato meglio spenderli per portare alle abitazioni 7 megabit al secondo veri, senza truffe e truffette sulla banda minima garantita, ma davvero a tutti. Rimuovendo zainetti vari e apparecchiature di accesso “anti digital divide” (come ha tentato di fare Unidata). Senza promettere prima 7,2 megabit, poi 14,4 megabit, poi 28,8 megabit, poi ancora di più agli utenti delle reti cellulari 3,5G e poi adottare ogni stratagemma per limitare il flusso a valori risibili. Senza mantenere, ancora oggi, una differenza tra chiamate urbane e interurbane, del tutto priva di senso (eccetto il flusso di cassa che genera).

FIDO e Socrate docent, dunque, ma dopo? Dopo è andata ancora peggio: gli abili trucchetti delle velocità Internet delle reti cellulari sono solo uno dei tanti esempi possibili. E, per riprendere il fraseggio di Bruno, nessuno sembra “essere in ascolto”. Sarà per caso ora di svegliarsi? No? Fate un po’ voi.

Qui di seguito alcune ulteriori foto con didascalia descrittiva e la documentazione (parziale, da cui si evince che almeno qualche test è stato svolto), lasciata nell’armadio di colonna montante dedicato, regolarmente non chiuso come, peraltro, quello di arrivo delle linee telefoniche, anch’esso in balia di chiunque si introduca nel sottoscala. Che non è sempre come chi scrive, che sa di cosa parla e anche dove mettere le mani senza fare danni (avendo svolto, da ragazzo, anche quel lavoro).

Marco Valerio Principato

Il cavo di Socrate, sfilato dal corrugato che raggiunge l'appartamento (click per ingrandire)

Il cavo di Socrate, sfilato dal corrugato che raggiunge l’appartamento (click per ingrandire)

Lo stesso cavo riarrotolato, con il bocchettone e il raccordo con il ''tappo'' di terminazione (click per ingrandire)

Lo stesso cavo riarrotolato, con il bocchettone privo di raccordo con il ”tappo” di terminazione (click per ingrandire)

Lo stesso cavo riarrotolato, con il bocchettone con il raccordo per il ''tappo'' di terminazione (click per ingrandire)

Lo stesso cavo riarrotolato, con il bocchettone con il raccordo per il ”tappo” di terminazione (click per ingrandire)

Derivazione al piano dei cavi Socrate e dorsale per i piani superiori, cassetta aperta (click per ingrandire)

Derivazione al piano dei cavi Socrate e dorsale per i piani superiori, cassetta aperta (click per ingrandire)

Derivazione al piano dei cavi Socrate e dorsale per i piani superiori, cassetta chiusa (click per ingrandire)

Derivazione al piano dei cavi Socrate e dorsale per i piani superiori, cassetta chiusa (click per ingrandire)

I due armadi, quello a sinistra aggiunto per Socrate (click per ingrandire)

I due armadi, quello a sinistra aggiunto per Socrate (click per ingrandire)

L'armadio delle coppie telefoniche, regolarmente aperto, come la maggior parte degli armadi del genere di Telecom Italia (click per ingrandire)

L’armadio delle coppie telefoniche, regolarmente aperto, come la maggior parte degli armadi del genere di Telecom Italia (click per ingrandire)

L'armadio Socrate: è evidente l'impianto non completato che, oltretutto, muore qui, non prosegue in strada (click per ingrandire)

L’armadio Socrate: è evidente l’impianto non completato che, oltretutto, muore qui, non prosegue in strada (click per ingrandire)

Parte della documentazione in armadio Socrate, da cui si evince che sono state almeno compiute delle misure di prova (click per ingrandire)

Parte della documentazione in armadio Socrate, da cui si evince che sono state almeno compiute delle misure di prova (click per ingrandire)

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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Commenti (locali)
  1. Massimo ha detto:

    Secondo lei le antenne di fido possono creare problemi alla salute? Ne ho una installata su un muro che confina con la testa del mio letto.
    Devo chiedere di verificare che sia stata dismessa?




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