Privacy, il problema non è Wallet. È Google

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 27/02/2013
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Tutti si lamentano per Google Wallet, che consegna troppi dati personali agli sviluppatori. Apriamo gli occhi: il problema è Google e il suo sistema, sorretto dal regime americano.

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The invisible hand of the market, da monumenttotransformation.org
The invisible hand of the market, da monumenttotransformation.org
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Google è di nuovo nell’occhio del ciclone (ma tanto ormai c’è abituato) perché uno sviluppatore Android, Dan Moran (e non “Nolan”, come hanno scritto in molti), si è accorto che il gigante del Web gli consegna troppi dati personali dei clienti che acquistano le sue App. Dati dei quali lui afferma di non aver bisogno e di non voler essere il custode. Ma Google replica: è tutto normale, fa parte della politica prevista, rispetta la legge e il “nostro decreto di consenso”.

Ma che notizia. Adesso Google può anche emettere decreti (o sentenzeordinanze, cambia poco nello specifico della circostanza). Come si vede che gli americani, in queste cose, distano anni luce da concetti un po’ più solidi, sorretti da una disciplina (per esempio il Diritto Romano) dei cui originari estensori noi siamo parenti stretti, loro no. Ma di fatto Google, ormai, in certi casi si comporta come fosse un’autorità amministrativa o giudiziaria.

Decide, infatti, unilateralmente, chi passa e chi no. Brevetta sistemi di valutazione (sedicente) semantico-lessicale che dovrebbero scegliere i testi migliori ma che, unita ad altri parametri, di fatto finisce per privilegiarelegacy media (cioè le grandi organizzazioni editoriali) a scapito del piccolo editore nativo digitale, del singolo, del blogger non “organizzato” (cioè non inserito in un circuito di risonanza, come ad esempio Globalist). Stabilisce, con criteri del tutto oscuri e mai resi ufficialmente noti – nemmeno nelle loro linee essenziali – un indice, chiamato PageRank, che ormai rappresenta un po’ lo “spread” di Internet: sale il PageRank, aumenta il valore, scende il PageRank e un sito, se non ha mezzi di sostentamento propri, può anche chiudere. Decide cosa si deve trovare quando si cerca qualcosa, e prende la sua decisione in maniera totalmente autoreferenziale, dal momento che lo fa in base a metodi e modelli di valutazione interamente propri. In breve, è autopoietico, come la politica (si veda G. Sartori, Elementi di teoria politica, Il Mulino, Bologna 2004, ult. ristampa con voce “Videopotere”).

Di fronte a un gigantesco ecosistema come Google, sulla cui autopoiesi credo non vi siano dubbi, viene da chiedersi se ha senso attendersi la sintonia con gli altri ecosistemi, piccoli e grandi, pubblici e privati.

Può avere senso se si guardano gli aspetti connessi con il business. Ciò che Google fa – tutto, niente escluso – è fatto nell’esclusivo interesse del proprio business e questa politica trova pieno appoggio nell’apparato statuale statunitense. In esso, ricordiamolo, vige la democrazia liberale: è per tale ragione che c’è questa libertà apparentemente sproporzionata di potersi aggiustare le cose come “fa più comodo”. L’intervento delle autorità si limita a quando il proprio operato entra in netto contrasto con la libertà degli altri di fare la stessa cosa.

Questo spiega perché – cosa che molti europei non sembrano aver compreso – negli Stati Uniti la questione privacy è di scarso interesse per la sfera pubblica del potere e le sollecitazioni in materia arrivano sempre (e solo) dalle associazioni di consumatori o, comunque, da entità private, a cui carico c’è l’onere di dimostrare, appunto, che un determinato comportamento comporti una limitazione nei diritti e nelle libertà individuali, uno dei pochi valori che lo stato liberale tutela direttamente e “personalmente”. Per questo negli Stati Uniti non esiste una “Autorità Garante Privacy”.

Google, naturalmente, questo lo sa benissimo. E la “prepotenza” tipica dei grandi gruppi industriali a stelle e strisce fa sì che vi sia un atteggiamento istintuale, che fa sentire loro autorizzati a poter agire esattamente nello stesso modo quando superano i confini geopolitici, non tenendo conto (o eludendo) gli schemi di governo degli altri paesi con cui hanno a che fare.

L’errore, dunque, sta proprio lì ed è proprio in questo nodo che si delinea la natura geopolitica degli atteggiamenti sbagliati di un gigante come Google (ma anche degli altri simili), ed è proprio qui la ragione che dovrebbe stimolare una coesione forte e un’unità di intenti in aree come il bacino europeo.

Del resto: è vero che Apple, pur non contraddistinta da alcuna “aureola”, non consegna agli sviluppatori di App gli stessi dati che consegna Google, ma è bene leggere quanto è possibile estrarre da un “comune iPhone”, sequestrato in occasione di un’indagine sullo spaccio di stupefacenti, nel quale è stato trovato di tutto e di più, da lasciare a bocca aperta persino la American Civil Liberties Union (ACLU). “Poiché la legge non protegge a sufficienza i dati privati sugli smartphone, almeno la tecnologia dovrebbe offrire una certa protezione”, ha scritto Chris Soghoian, capo divisione tecnologia della Union.

Ecco perché il problema sulla privacy in relazione a Google non è Google Wallet, né le sue sciocchissime e inadeguate informative sulla privacy, che il gigante brandisce a mo’ di legge ma che legge non è, almeno al di fuori degli Stati Uniti.

Il problema è Google e la sua autopoiesi. Fin quando non capirà che superare i confini geopolitici via Internet non differisce, sotto il profilo giuridico, dal superarli fisicamente, camminando a piedi e superando una dogana, continuerà a comportarsi come fa adesso, e anche peggio. Finché, come dicevo la volta scorsa, non sbatterà rumorosamente su un vetro come un moscone e, dopo cinque o dieci minuti di tramortimento, non capirà che di fronte a una Europa unita, compatta e determinata le penne vanno abbassate. Ma se la coesione europea è come l’intelligenza italiana in queste ultime elezioni politiche, allora stiamo freschi.

Marco Valerio Principato


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