Il mondo corre, l’Italia sta a guardare

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Dario Bonacina
Di Dario Bonacina
Pubblicato il: 02/03/2009
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Anche davanti agli occhi di persone che hanno poca dimestichezza con Internet e, più in generale, con la tecnologia, qua e là nel mondo lampeggiano segnali di cambiamento: da più parti si leggono notizie di iniziative intraprese da istituzioni e governi che, prendendo coscienza dell’importanza strategica della Rete, studiano e sviluppano soluzioni in grado di sfruttare le molte opportunità che essa può offrire, con l’obiettivo di fare un salto di qualità, valorizzare o rendere più efficienti le proprie risorse, introdurre innovazioni per una migliore qualità della vita, accelerare lo sviluppo economico avvalendosi di quello tecnologico. Segnali che purtroppo sfuggono a chi, in Italia, avrebbe la possibilità di dare il proprio contributo per puntare agli stessi obiettivi, ma che in realtà sembra preferire mantenere, con miopia, lo status quo.

Gli esempi di come il mondo guarda alla Rete e all’innovazione con positività e propositività sono moltissimi. Consapevole di fare un torto a moltissime altre realtà ne citerò solo alcune, di respiro eterogeneo, che al sottoscritto – in quanto italiano – suscitano un’invidia amara, ma non rassegnata.

Barack Obama, con il suo staff, ha organizzato una campagna elettorale facendo largo uso della Rete e mostrando di dare ascolto alla popolazione con i nuovi mezzi di comunicazione. E appena eletto, nel dicembre scorso ha denunciato: “È inaccettabile che gli Stati Uniti si posizionino al quindicesimo posto nell’adozione della banda larga, proprio qui nel Paese che ha inventato Internet”. Per questo motivo ha annunciato nuovi investimenti per la superhighway dell’informazione, con l’obiettivo di realizzare il progetto caldeggiato dalla FCC per una rete wireless gratuita, con le opportune tutele alla libertà di informazione e senza trascurare la sicurezza, aperte a tutti e da utilizzare anche a scuola: “Per aiutare i nostri bambini a competere nell’economia del 21esimo secolo dobbiamo mandarli in scuole del 21esimo secolo”. Nel suo programma tecnologico, una posizione importante è occupata dal tema della neutralità della rete, questione che peraltro sta già a cuore alla FCC.

A riconoscere l’importanza di una rete efficiente arrivano anche soggetti che potrebbero, nel nostro immaginario, non essere più distanti dall’avanzare della tecnologia. La notizia che 170.000 abitanti di una favela brasiliana sono stati coperti da una rete WiFi, nell’ambito di un progetto finanziato dal governo dello stato di Rio de Janeiro, può suscitare stupore, ma nel contempo trasmette un messaggio importante: nessuno può essere ignorato dal progresso tecnologico.

Sul fronte della connettività wireless c’è continuo movimento: è significativo l’esempio del Pakistan, che già dal 2006 ha visto molte aziende (Motorola, Cisco, Intel) impegnate nella realizzazione della prima rete WiMax mobile a copertura nazionale gestita da Wateen Telecom. Ma è altrettanto importante considerare che c’è anche chi si muove nella direzione opposta: Buzz Broadband, il primo provider che in Australia si è cimentato nell’impiego di questa tecnologia, la sta già abbandonando a favore di altre soluzioni come TD-CDMA e DOCSIS.

Sul fronte delle applicazioni, ci sono esempi positivi relativi all’adozione dei software open source: alcuni governi stanno affrontando la questione con un approccio molto serio e costruttivo, spinti dalla volontà di contenere i costi di licenza, ma anche dall’intento di voler camminare al passo con i tempi e sulle stesse strade percorse dai cittadini. Canada e Regno Unito stanno studiando molto attentamente questa direzione, considerando varie implicazioni e senza trascurare l’aspetto critico della sicurezza. La valutazione finale potrebbe anche portare a non scegliere questa strada, ma il solo fatto che la questione venga analizzata a livello istituzionale implica comunque un interessamento importante.

Rimanendo nell’ambito delle applicazioni delle risorse e per conoscere un esempio che può far sorridere, non mancano le esagerazioni: nella località francese di Eu, il sindaco Marie-Françoise Gaouyer è arrivato addirittura a promuovere un referendum per cambiare il nome della cittadina che amministra, che potrebbe diventare Eu-le-Château, Eu-en-Normandie o Ville d’Eu. Il motivo? Migliorarne la visibilità su Internet perché, se qualcuno inserisce “Eu” in un motore di ricerca, i risultati ottenuti riguardano contenuti web relativi all’Unione Europea, siti web con dominio .eu, o testi in francese che contengono “eu” in quanto participio passato del verbo avere nella lingua parlata oltralpe.

Si tratta comunque, come dicevo inizialmente, di segnali che fanno capire come – su vari fronti, completamente diversi tra loro – nel mondo sia diffusa la consapevolezza che con Internet e la tecnologia si può fare e ottenere molto, con obiettivi positivi e di interesse della collettività. In Italia le cose sembrano prendere invece una direzione differente: in questi ultimi tempi, e in particolar modo nelle ultime settimane, sono proliferati esempi in cui si è resa evidente la miopia con cui le istituzioni guardano alla Rete e al futuro. Solo per citare quanto avvenuto nel mese di febbraio 2009: il Senato ha approvato un emendamento ad un articolo del decreto sicurezza che, con l’obiettivo di contrastare su Internet l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato, può portare in pratica ad oscurare interi blog, siti web e servizi di social network; l’onorevole Carlucci ha presentato un provvedimento per la regolamentazione di Internet con contenuti tecnicamente discutibili; l’onorevole Barbareschi ha dato un sostanziale e sostanzioso contributo al progetto per una normativa antipirateria molto rigida, promettendo però una certa apertura al dialogo.

Iniziative che comunque, almeno per come sono state presentate, sembrano andare controcorrente, rispetto al progresso che impone un consapevole utilizzo della Rete, che si basano su una genuina incompetenza in materia da parte di chi le ha promosse. Un’incompetenza che deriva dalla consuetudine di dar corso ad un’idea senza averci riflettuto sopra, a cui – anche stavolta – nessuno ha pensato di porre rimedio avvalendosi del supporto della consulenza di persone più esperte, che già da tempo affiancano le Istituzioni (si veda ad esempio la Fondazione Ugo Bordoni, il cui compito istituzionale è di fornire consulenza al Governo in materia di telefonia, televisione, Internet, sicurezza delle reti, comunicazioni wireless e tecnologie informatiche).

Esistono, peraltro, questioni ben note che hanno radici lontane: nel nostro Paese il mercato delle Telecomunicazioni risente di un monopolio de facto - a livello infrastrutturale e quindi anche di mercato – confermato da molti fattori, a cominciare dalle offerte formulate dagli operatori, e generato da una situazione incancrenitasi negli anni e degenerata con una mal gestita privatizzazione di Telecom Italia. Ad oggi, ci si trova nelle condizioni che sono sotto gli occhi di tutti: la rete è prevalentemente su rame, la banda larga è disponibile a macchia di leopardo, ogni genere di alternativa stenta a decollare, e tutto questo accade perché – soprattutto a livello politico, ossia laddove si amministra e si governa il Paese - non c’è la preparazione sufficiente, e apparentemente neppure la volontà concreta, di prendere una posizione per favorire un cambiamento strutturale del mercato.

In realtà, all’Italia non mancherebbero i presupposti per maturare la consapevolezza delle possibilità che la Rete può offrire e di come lo sviluppo tecnologico può fungere da volano per un fruttifero utilizzo delle risorse che già esistono. In ambito non politico questa coscienza è diffusa e, per far sì che raggiunga tutti i livelli, a volte è sufficiente disporre di due risorse alla portata di tutti, ma spesso ignorate: apertura mentale e buona volontà. Quando queste mancano, le uniche strutture in grado di crescere senza alcuna difficoltà sono i muri di gomma.

Dario Bonacina

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