Il giro di vite (e di vita) di Microsoft

Qui la vite da girare è metaforico/sinestesica, ma nella pratica lo è molto meno...
Qui la vite da girare è metaforico/sinestesica, ma nella pratica lo è molto meno...
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 11/07/2014
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Ormai il momento di voltar pagina sulla «linea Microsoft» è segnato. Ma ho una grande perplessità: che effetti avrà sul sistema economico, specie quello italiano?

E così, come abbiamo appena appreso, Microsoft ha dato una bella serrata al ciclo di vita dei suoi prodotti. E tra quelli destinati a essere etichettati come “anziani” c’è anche Windows 7, oggi il sistema operativo migliore, a mio personale avviso, mai uscito dalle stanze di Redmond.

Era il 2009 quando su queste pagine annunciavamo che il 13 luglio di quell’anno Microsoft avrebbe iniziato a “passarlo” ai costruttori di computer per la preinstallazione. Cinque anni fa esatti. Al confronto, Windows XP è stato molto, ma molto più longevo e ancora, secondo me, per certi impieghi resta il sistema operativo migliore.

All’epoca da queste parti non eravamo molto convinti della validità di Windows 7 “sul punto”: con l’hardware di cinque anni fa in certi casi l’aggiornamento da quel… aborto vivente di Vista a Windows 7 poteva richiedere anche 1220 minuti, ossia venti ore e venti minuti.

Oggi, bisogna dirlo, con un hardware neppure troppo pretenzioso (la mia migliore esperienza è su un computer che ho auto-assemblato, costato pochi soldi, in ogni caso), Windows 7 gira che è un amore. E il post che ho appena linkato è del 2012, quindi tre anni dopo i momenti di incertezza iniziali, comunque all’epoca condivisi da tutta la Redazione.

Personalmente, quindi, sono… appena due anni che mi “godo” un Windows 7 smooth, come si dice in giro per i siti americani, che gira morbido e fluente, senza intoppi. E che ti fa Microsoft? Zac, te lo mette sulla soglia dell’End Of Life, della fine del ciclo di vita.

Sia chiaro, abbiamo ancora cinque anni per poterlo sfruttare decentemente e senza rischi: in questo periodo non mancheranno gli aggiornamenti di sicurezza.

Nel frattempo, però, cambieranno tante altre cose: cambieranno le esigenze, perché vorremo sempre di più, specie lato server; cambierà lo sviluppo del software, che comincerà – finalmente, da una parte – a orientarsi con decisione verso le architetture a 64 bit; cambieranno i microprocessori, perché nel 2019, quando appunto Microsoft tenderà ad abbandonare del tutto Windows 7, probabilmente IBM sarà riuscita a creare i nuovi microprocessori “spintronici” a cui sta attivamente lavorando; vorremo grafica non più da 1920 x 1080 (o 1200) pixel, ma vorremo il doppio, il triplo, il 3D “di serie”, eccetera.

Il progresso tecnologico non si arresta, non c’è niente da fare. Si può anche concordare con i principi filosofici di Serge Latouche, che propone la sua teoria della “decrescita felice” da anni ma che difficilmente, visto come stanno le cose, potrà attecchire in un mondo come quello delle nuove tecnologie.

La cosa che più mi preoccupa è un’altra. Quando sentite dire che le nuove tecnologie portano “semplicità e usabilità generali”, salvo pochissime eccezioni, sentite una grande panzana, come si dice a Roma. Una bugia stratosferica. Dietro a tutta questa evoluzione la complessità aumenta vertiginosamente: è solo nascosta meglio, più accuratamente occultata agli occhi dell’uomo comune.

Quell’uomo comune non è “l’ignorante”, no: può anche essere un laureato e rilaureato, Ph.D., quel che volete, ma in altre discipline, non necessariamente un ingegnere informatico. Che magari, un giorno, per sbarcare il lunario decide di fare il piccolo imprenditore. Ma le piccole imprese, che ormai costituiscono la stragrande maggioranza delle imprese italiane, come insegna la storia dell’economia sono estremamente restie all’adozione delle nuove tecnologie.

Proprio questo è stato uno dei motivi scatenanti del declino economico in cui ci troviamo, il cui costo è altissimo e lo paghiamo ancora, tutti i giorni, con pochissimo (o nessuno) ausilio da parte di un mondo politico pieno di chiacchiere, promesse e demagogia, ma poco e niente fatti.

E con l’aumento delle complessità, che sono complessità magari non più tecniche ma concettuali – quelle, laddove esistono, non si possono semplificare né occultare – ci saranno sempre meno piccole imprese disposte ad andare al di là di quello che oggi è il fax (magari tramite PC), la posta elettronica e un po’ di navigazione Internet.

Una gestione informatizzata, ma per davvero e per intero, della propria attività, dal marketing management in poi, sarà sempre più una visione fantasmatica che una realtà da abbracciare di corsa. E con essa sarà sempre più visione fantasmatica la presenza concreta di un elemento essenziale per la ripresa dell’economia, ormai in una fase che è parente stretta della stagnazione, in compagnia di lievi fenomeni deflativi: un mix infernale.

Certamente Microsoft – e tutto il comparto industriale a cui appartiene – non può né fermarsi né rallentare per questo: morirebbe. Morirebbe perché si ridurrebbero i profitti e, come ha sempre sostenuto la mia docente di marketing, le imprese sane mirano al profitto per esistere, mentre quelle che esistono per mirare al profitto muoiono.

Perciò, pur “rosicando”, come si dice a Roma, pur dispiacendomi per aver visto ormai molto da vicino la data di collocamento in quiescenza di Windows 7 e di tutta la lunga serie di prodotti che gli faranno compagnia, mi rassegno e attendo con serenità il momento di una nuova rinascita.

Che, lo so benissimo, arriverà tra un anno, massimo due: il tempo di far stabilizzare i successori di Windows 7 (oltre che di 8 e di 8.1, ormai si parla di 9) e far si che anche i produttori di periferiche si allineino, e il passaggio al successore di Windows 7 – quale che sia – sarà inevitabile.

Il dubbio che mi resta è quello degli effetti sull’economia. Spero vivamente di sbagliarmi.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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