La sindrome del dito veloce

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 21/07/2014
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Sembra una gara a chi ha installato più App, a chi ha più schermate piene di icone, a chi ha più memoria, più «giga», più minuti, più potenza di calcolo negli smartphone. Se con la stessa solerzia si alimentassero cultura e intelligenza saremmo avanzatissimi.

Oggi scaricare App sul proprio smartphone è più che altro una moda, un modo di fare, una tecnica per far vedere che siamo capaci e veloci nel farlo e che il nostro smartphone può farlo, perché ha memoria, ha memoria da vendere e potenza di calcolo da vendere. Più si possono esibire schermate piene di icone di App, più ci sentiamo “potenti”, “fichi”, “alla moda”, con “l’ultimo strillo”. Una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo, come i bambini.

Se poi il 90 per cento di quelle App non sono state mai usate se non – forse – una volta, per vedere la “faccia” che hanno, poco importa: tanto stanno lì, che fastidio danno? Eppure abbiamo ben spiegato che, invece, il fastidio lo danno, eccome.

E a lanciare rimostranze per tali fastidi sono proprio coloro che si comportano come appena detto: ‘sto cello è galattico, ma la batteria ‘n dura ‘na cippa (dial. romanesco: questo cellulare è fantastico ma la batteria non dura niente). Oppure: c’ho la promozzione (rigorosamente due z, ndB) co’ du’ Giga de trafico (una sola f, ovvio, ndB) ma me dura poco e gnente (dial. romanesco: usufruisco di una promozione con due gigabyte di traffico, ma mi dura poco e niente).

Perché?, viene da chiedersi. Perché il “sistema” ha fatto si che tutti imparassero come scaricare e installare App. Ma il “sistema” si è ben guardato dall’insegnare, almeno nelle sue linee essenziali, cosa c’è “dietro” a un’operazione del genere, cosa comporta, di quali risorse si fa impiego, quali sono i rischi e come funziona il “sistema” stesso.

Senza contare che, con il dito più veloce del West, allo stesso modo si scaricano App progettate in modo da risultare accattivanti e utilissime da subito, ma pronte anche a chiedere di essere pagate se si vogliono quelle funzioni al completo. Oppure, se non si vuol pagare, giù pubblicità (che produce attese e consuma traffico mobile), profilazioni, intromissioni al di fuori di ogni controllo in agende, rubriche, cartelle della memoria, foto, tutto: specie Android, dove l’impostazione architetturale è tale da mettere l’ignaro utente di fronte al bivio “o mi concedi l’accesso a tutto quel che c’è scritto qui, o non mi installo nemmeno”, sotto questo profilo è una machiavellica miniera, a cui nessuno reagisce e men che meno l’italiano medio. Tutto questo sempre se non ci si imbatte in App “malevole”, di cui poi liberarsi è un’impresa ciclopica, impossibile per quell’italiano medio.

Ci credo che poi Google News Italia elenca al primo posto notizie che hanno un’importanza pari a -20, una rilevanza culturale pari a -30 e mettono l’Italia alla gogna mediatica. Così come l’ho notato io, state pur certi che altrove ci sono altri che fanno la rilevazione opposta e ci compatiscono.

Che piaccia o no, questa è la fotografia del cittadino medio dotato di smartphone. Che dovrà spicciarsi a crescere, altrimenti la nave resterà a galla – in Italia non si fa più nulla di eclatante, né nel bene, né nel male, quindi niente “rivoluzioni” – ma con una qualità di vita media raccapricciante. Che non farà altro che stimolare chi ancora ha un briciolo di intelligenza a lasciar cuocere l’Italia nel suo brodo, andando a cercare vita migliore altrove.

Marco Valerio Principato

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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