Il valore dell’informazione e la selezione naturale

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 13/10/2014
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Costruirsi una credibilità passa anche per la selezione delle fonti. Attività che per la maggior parte degli internauti è difficilissima: ecco perché «vince» chi la fa al loro posto per proporre contenuti.

Siamo in un’epoca di assoluto sovraffollamento informativo. Oggi si dice che con l’aiuto della Rete informarsi non è un problema: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Un imbarazzo davvero grosso, però. Perché per il comune mortale è praticamente impossibile operare un’accurata selezione delle fonti, combattuto com’è tra quantità, qualità e consistenza e quindi intento a fronteggiare un sovraccarico cognitivo senza precedenti.

Se si tenta di fare una ricerca con la mira di conoscere il numero totale di blog italiani, si farà un buco nell’acqua: è un dato molto difficile da ottenere, considerando che molti di essi, incluso quello di Dario Bonacina (vice di questo sito), sono appoggiati sul nome a dominio Wordpress.com, dunque è difficile stabilire se sono italiani e se sono attivi senza conoscerli. Stessa cosa per Tumblr, per Altervista, per Blogspot e via discorrendo.

In questo scenario la quantità di dati che si rovescia sugli internauti è enorme. Essi dovrebbero innanzi tutto riuscire a comprendere quali di quei dati sono classificabili come autentica informazione e quali no. Dietro le quinte c’è Google, che funge da sistema di riduzione di rumore e propone la “sua” visione del mondo dell’informazione.

Visitando Google News, l’internauta medio risolve il suo problema: la tematizzazione è a cura di Google, la suddivisione nei principali settori è operata dal suo portale e la proposta delle notizie più visibili – ossia quelle che compaiono come primo titolo – è, apparentemente, sostenuta da criteri di valutazione di cui, però, Google non condivide il funzionamento. L’internauta non critico non si fa domande: già, in media, non va oltre la Home Page di Google News. Figurarsi se attua qualsiasi tipo di discrimine tra ciò che legge e la fonte effettiva da cui sta leggendo. E questo non vale solo per il panorama italiano, ma anche straniero.

In un simile scenario da qualche tempo a questa parte si è affacciato Quartz.com: «… a digitally native news outlet, born in 2012, for business people in the new global economy. We publish bracingly creative and intelligent journalism with a broad worldview, built primarily for the devices closest at hand: tablets and mobile phones», recita la pagina “About”.

Appena due anni di vita, ma già una Google-reputazione piuttosto solida (PageRank pari a 6, il medesimo che una struttura italiana come Punto Informatico fatica a mantenere). Non è un caso se alla sterile e vacua Google-reputazione numerica si affianchi anche una notevole frequentazione concreta. Si tratta di una realtà che tenta davvero di fare giornalismo intelligente e sostanzioso.

Nel raccontare, ad esempio, come Facebook stia scatenando la sua potenza pubblicitaria e schedatrice, fa uso di diverse fonti a pagamento: lo si nota, ad esempio, dalla scritta “(paywall)” subito a seguire la parola collegata alla fonte a cui la parola fa riferimento. L’avvertimento, oltre a essere utile per chi legge e non è abbonato a quella fonte, dimostra come lo staff, folto e di notevole esperienza, sia invece disposto a investire, impiegando fonti di maggiore qualità con il cui ausilio la pubblicazione individua aspetti ulteriori e ne ricava, laddove ravvisate, nuove notizie.

La sensazione di chi legge è di avere a che fare con una realtà concreta, dove chi c’è dietro non sta lì tanto per starci. Presidente e direttore responsabile è Kevin J. Delaney, che prima è stato per dieci anni reporter del Wall Street Journal, poi managing editor dello stesso e ha inoltre svolto numerose altre attività, tra cui la collaborazione con la rivista Smart Money, è stato produttore televisivo, membro del Consiglio Relazioni Estere e collaboratore della Columbia University.

Il risultato è semplice: la lettura di quella pubblicazione porta valore. E come tale si inserisce in un quadro in cui, sempre di più, l’agenda-setting mediatico è tutt’altro che morto, anzi, si acuisce e sarà esso stesso a determinare, in piena ottica di filosofia della tecnologia, la “morte” di quegli “organismi” che saranno stati incapaci di seguire il “percorso specie-evolutivo” verso il quale la moltitudine di fonti deve instradarsi.

Sempre ammesso che, almeno limitatamente alla microcefalia governativa italiana, non abbiano successo gli ormai reiterati tentativi di zittire la libertà di espressione online, un film già visto. Tentativi, come ormai è chiaro, inutili: esiste già un meccanismo di selezione naturale. La speranza è che si propaghi, piuttosto, nelle compagini politiche facendo pulizia di furbastri, millantatori, demagoghi, ciarlatani, imbonitori, truffatori e criminali assortiti, dei quali francamente ne abbiamo le tasche piene.

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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