Assunzione con social-ricatto

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 20/10/2014
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«Estorsione» di password per sbirciare sugli account Facebook prima di assumere personale. Fa ancora scalpore, ma nessuno vuol, anzi, sa, anzi, può risolvere.

Una cara giovane amica, allibita, ha pubblicato sulla mia bacheca Facebook un articolo del Corriere della Sera intitolato «Facebook, se l’azienda pretende la password al colloquio di lavoro», scritto da Luca Barbieri. Prima ho risposto al suo commento, poi l’ho chiamata al telefono: era un’occasione per salutarci e scambiare due parole sul tema.

Purtroppo non solo non è la prima volta che si sentono assurdità del genere. Con le mie orecchie ho sentito gente a cui hanno chiesto tutte le password di tutti i social network frequentati: da Instagram a Twitter, da FourSquare (di cui nessuno parla in proposito, ma è uno dei più sbirciati dalle agenzie interinali) a Google Plus.

L’articolo lo dice chiaramente e io lo ribadisco: è una pratica assolutamente torbida e, quel che più conta, del tutto illegittima. Come se un esercente, prima di farci acquistare un articolo costoso con una carta di debito o di credito, ci chiedesse le credenziali per accedere al nostro conto in banca online.

Purtroppo la maggior parte dei giovanissimi e giovani acconsente a questa violenza, a questo sopruso – perché di questo si tratta – senza battere ciglio, complici la necessità sfrenata di ottenere un posto di lavoro e un sistema politico che non riesce a sanzionare, distribuendo così il virus della “certezza dell’impunità”.

Il post su Facebook

Il post su Facebook

Basterebbe poco a far passare la voglia di violare la privacy delle persone in questo modo bieco. Basterebbe aprire una piccola “banca dati” delle agenzie interinali, dei datori di lavoro o di chicchessia risulti aduso a simili pratiche. Quindi, con assoluta freddezza, presentarsi ai colloqui con un bel registratore audio in tasca (oggi la maggior parte degli smartphone lo permette) e registrare il colloquio, inclusa l’anomala “richiesta”. Qualsiasi diniego al conferimento della password, infatti, produrrebbe – vigliaccamente – l’immediata evaporazione dell’opportunità di lavoro.

E allora, con altrettanta vigliaccheria bisogna agire. Una volta in possesso della registrazione, si attende di essere assunti e, al primo comportamento scorretto del datore di lavoro, si sfodera la propria “arma”: a scorrettezza con scorrettezza si risponde. Mi fai un torto (reale, però: la registrazione non dev’essere, a propria volta, arma di ricatto)? Allora procedo a inserirti in banca dati “social-estortori” (ho le “prove”),  poi lo faccio sapere a tutti i giornali: hai finito di lavorare. E tu, eventuale agenzia interinale che l’avessi fatto per conto di chi ti ha commissionato l’intervista, una volta presente in quella banca dati hai anche tu distrutto la tua immagine.

Non saprei se un simile “provvedimento di auto-tutela” possa essere a propria volta illegale, è solo un’idea che andrebbe discussa con un giurista prima di attuarla. Ma, in linea di massima, non mi sembra davvero più illegale di un atto estorsivo come quello di pretendere le credenziali di accesso alle proprie utenze social.

Il fatto che richieste del genere possano ancora aver luogo – e avvengono da anni, quindi non si tratta di una colpa del governo Renzi, ma anche di quello Letta, di quello Monti, di quello Berlusconi… nessuno è “esente” – dimostra l’assoluta incapacità dello stato di far funzionare equamente quella parte della norma giuridica che si chiama apparato. Esso è lo strumento di applicazione della sanzione, che nella norma determina la pena da applicarsi a chi non ottempera a quanto disposto dal precetto contenuto nella regola legittmata dalla norma.

Ecco perché in Italia ci vorrebbero meno annunci, meno chiacchiere e più fatti. Il problema è che non abbiamo individui realmente capaci di assumere funzioni di governo mettendo in campo simili capacità. Non esistono più una destra, una sinistra, un centro degni di questo nome, le ideologie sono ridotte a meri proclami di facciata, senza nessuna sostanza. Esistono solo individui interessati a ministrare perché, come dice il proverbio, «chi ministra, minestra». Quando avremo capito questo, forse riusciremo a mandarli tutti a coltivare ortaggi e solo allora si vedrà chi realmente se la sente di agire rappresentativamente, come democrazia comanda.

Povera Italia, come sta messa male.

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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