Difendersi dai cookie, arriva il video del Garante Privacy, siamo salvi

Il video del garante, «incastonato» nel player del sito, predisposto per erogare prima messaggi pubblicitari.
Il video del garante, «incastonato» nel player del sito, predisposto per erogare prima messaggi pubblicitari.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 19/01/2015
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Il Garante Privacy si lancia in un video di «acculturazione telematica», in verità piuttosto scontato. E i media ne approfittano per incastonarvi pubblicità.

Nella generale svogliatezza della sezione Scienza e Tecnologia di Google News, dovuta forse al periodo, questa mattina ha troneggiato una notizia, ripresa anche dai più importanti quotidiani come La Stampa, Il Corriere delle Comunicazioni e alcuni altri: un video del Garante Privacy nel quale si informa l’utenza Web e mobile sul funzionamento dei cookie e sui rischi ad essi legati per quanto concerne la privacy.

Il video, “targato” dicembre 2014 e visibile integralmente su YouTube nel canale del Garante, è stato riportato pari pari in alcuni articoli, naturalmente incastonato nei player multimediali dedicati e preceduto dalle più che obbligatorie campagne pubblicitarie di cui tali pubblicazioni sono “publisher”.

Verrebbe da chiedersi alcune cose, al riguardo. Innanzi tutto un quotidiano come La Stampa, che propone il video in versione assolutamente identica a quella ufficiale, benché preceduto dalla propria pubblicità, da dove ha preso il video? Non lo confesserà mai, ma è talmente semplice: molto probabilmente lo ha scaricato da YouTube e lo ha inserito, appunto, pari pari nel proprio archivio, per l’opportuno incastonamento pubblicitario. Poi, magari, lo stesso quotidiano si fa paladino della protezione del diritto d’autore. Se non altro, l’Agenzia ADNKronos ha pubblicato lo stesso video ma lo ha “condito” con un proprio commento e un proprio editing, sia pure fatto di “tagli” opinabili.

Del resto questa tecnica del download da YouTube e relativo incastonamento nelle proprie memorie a fini di profitto non è certo una novità: i siti del circuito Casaleggio &c. sono maestri in questa attività. Quel che meraviglia è che YouTube non alzi la voce più di tanto sul tema, ma passi, e veniamo al Garante.

Il video “del dottor Soro”, per essere metaforici, esordisce con un «ciao». Ormai è la regola. Questo tu confidenziale, usato ovunque a proposito e a sproposito, che calpesta i rigori di una lingua anch’essa dotata del diritto di modernizzarsi, ma non per questo non meritevole di rispetto, fa passare un pessimo messaggio: se una figura pubblica come il Garante Privacy “dà del tu” a tutti, allora posso farlo anch’io. Il che è del tutto falso.

L’intento di modernizzare una lingua, di far cadere gli arcaismi e promuovere i neologismi, innovarla e trasformarla non spetta alla pubblica amministrazione, almeno non in certe occasioni: è un fenomeno complesso, sociolinguistico, suscettibile di molte influenze nelle quali è già difficile attuare un’attività “regolatoria” per le istituzioni preposte allo scopo, figurarsi per una figura pubblica, i cui scopi sono ben altri.

Unita a un linguaggio non poi così forbito e colto, come sarebbe normale aspettarsi da una figura pubblica, non può tacersi anche una certa “povertà” di contenuti, magari non del tutto casuale se dettata dalla consapevolezza del livello medio di cultura digitale a cui il video si indirizza. E a tale linguaggio si aggiungono titoli di media importanti che sistematicamente dimenticano di non ereditare il plurale negli anglicisimi (in un testo italiano, cookie va scritto al singolare, anche se è usato al plurale: “il cookie, i cookie” e non “i cookies“, esattamente come non si dice “i films“).

Tuttavia, neppure può tacersi che la stampa specializzata e, segnatamente, nel suo piccolo anche questo sito, segnalano già da anni le medesime cose, probabilmente con un livello di dettaglio maggiore e un lessico specifico, più curato e più preciso, dal quale chi vuole (o deve) erudirsi su certi temi non può sottrarsi.

Viene dunque da domandarsi se, invece di pubblicare video per mostrare al pubblico di essersi mantenuti allineati all’Europa, non fosse meglio investire risorse pubbliche per promuovere la cultura digitale della privacy, l’unico mezzo per far sì che le persone, nonostante l’ampia evidenza, smettano di replicare “tanto io non ho nulla da nascondere” e pongano in essere atteggiamenti più intelligenti e meno ipocriti.

Ma, si sa, il popolo illuminato, al potere, non fa comodo, anzi, è un intralcio. Molto meglio governare una massa di beoti, che da quando ha uno smartphone in mano crede pure di essere evoluta.

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Marco Valerio Principato (2079 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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