«Uno smart TV, per favore. E un insetticida, grazie»

Ti ascolto: mostrami il tuo volto, padrone. Ti comprenderò meglio.
Ti ascolto: mostrami il tuo volto, padrone. Ti comprenderò meglio.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 10/02/2015
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Editoriali – Cosa c’è dietro a uno smart TV così perspicace con i comandi vocali  impartiti? Evoluzione tecnologica? Più che altro una vera e propria (micro)spia. Per questo occorre l’insetticida.

Sempre più smart: i ricevitori TV sono sempre più smart. Più furbi? Più svelti? Più intelligenti? No, queste ultime tre doti non sono dei ricevitori TV, sono di chi li progetta e li costruisce.

Certo, il giocattolo hi-tek piace. «Passa a Canale Cinque e alza il volume». Il televisore non capisce, e allora il suo padrone, girandosi verso la Webcam incorporata, con voce più alta e chiara: «Passa a Canale Cinque e alza il volume». Il televisore “osserva” il labiale del suo padrone e, sommando il profilo vocale con i movimenti delle labbra e la mimica facciale, capisce di dover alzare il volume, di cambiare canale, ma non capisce quale canale.

Allora impacchetta tutto e, via Wi-Fi, si rivolge al centro di supporto sintesi e riconoscimento vocale tramite Internet. Là, un algoritmo molto più complesso gira in computer infinitamente più potenti della relativamente misera CPU di cui dispone il televisore. E ha accesso ai Big Data, dai quali, come noto, si può sapere pressoché tutto.

In men che non si dica è reperita la “scheda” del proprietario di quel TV, con tutte le caratteristiche necessarie: sagoma del volto (è stato più volte ripreso dalla Webcam del TV, da quella di Skype e da quella del suo smartphone, dopo le infinite serie di selfie che si è fatto e che ha pubblicato su Facebook, su Instagram e su Twitter), profilo vocale completo (registrato più volte dal TV stesso, dai messaggi vocali su WhatsApp e dalle telefonate tra lui e il centro di servizio Sky TV dal cellulare), preferenze di visione trasmissioni (già, perché il centro di supporto sintesi vocale, tramite i Big Data, sa bene quanto e quando vede Canale Cinque, oppure Rete Quattro, oppure Italia Uno, oppure la Rai, eccetera: l’ha saputo dal TV stesso, dalle pubblicità cliccate sul Web, dai consigli dati su Facebook agli amici, dai messaggi su WhatsApp e dalle notizie lette su Google News), eccetera eccetera.

Così, il “potente” algoritmo si fa due conti e dice: «ci sono altissime probabilità che quella sequenza facciale-labiale dopo il “passa” e prima di “alza il volume” significhi “Canale Cinque”, perciò ora così dico al TV di fare». Detto, fatto: magicamente, il TV “capisce” e commuta su Canale Cinque, alzando il volume. Il padrone è tutto contento perché il suo nuovo giocattolino, da esibire spavaldamente agli amici in salotto, capisce benissimo quel che dice anche se è, a volte, un po’ duro di comprendonio ma col tempo (leggasi: con le ripetute interrogazioni al centro di supporto) vede che “impara”.

Ovviamente, i Big Data hanno dato qualcosa per contribuire al cambio canale incompreso, ma hanno anche avuto qualcosa in cambio: quell’utente sta di nuovo assistendo a una trasmissione su Canale Cinque e molto probabilmente una trasmissione che interessa, visto che vuole il volume più alto. Una rapida conversione del livello di volume su cui si stabilizza la visione del programma, sommato all’effettiva permanenza del TV su quell’emittente, sommato alla verifica del grado di attenzione (facilmente rilevabile dalla direzione dello sguardo dello spettatore e dal relativo comportamento mimico facciale) sono dati interessanti dai quali emerge un profilo di interessi di fruizione che, oltre a finire di nuovo nel mare dei Big Data, sarà anche fornito all’Auditel (naturalmente a pagamento), debitamente privato delle porzioni in grado di far risalire all’identità personale di quell’utente, nonché servito ai circuiti pubblicitari – AdSense di Google &c. compresi – che così potranno meglio indirizzare le pubblicità quando quell’utente, dal TV stesso, dal computer o dallo smartphone, visita siti Web o naviga su YouTube. «Ma i dati erano stati resi anonimi». Già, ma con i Big Data non ci vuole nulla a farli tornare “non anonimi”, che problema c’è?

Il giorno dopo quell’utente, nelle pubblicità (sul TV usato come terminale di Rete, sullo smartphone e sul computer), non vede altro che proposte del circuito Mediaset. Grandi Fratelli, Isole dei Famosi, talk show di bassa lega, quiz a premi, show di moda, spettacoli lacrimevoli á la «c’è posta per te»,  prodotti di largo consumo legati al suo profilo. E avendo parlato, in salotto, con i propri amici di un proprio problema nei suoi ultimi approcci con la sua ex a causa del deodorante per le ascelle – quello che lui acquista, con il suo sudore, è inefficace – guarda caso YouTube gli propone una serie di spot pubblicitari dei migliori deodoranti, efficaci 24 ore, con qualsiasi tipo di sudorazione. Ma che strana coincidenza.

Finalmente questa coincidenza, ripresentatasi più volte, lo insospettisce. Non si spiega come mai, proprio ora che il TV ha iniziato a capire meglio i suoi comandi vocali e proprio ora che, spavaldo, può fare l’esibizionista con i suoi amici in salotto, “trattando” il TV come uno schiavo, intorno a sé il “mondo” sembra aver preso ad ascoltarlo e a sparargli addosso proposte connesse con la sua vita, i suoi problemi, le sue difficoltà, le sue preferenze, gusti, inclinazioni. Il culmine quando, dopo aver chiesto al TV di commutare il canale sul satellitare RedLight Premium (un’emittente pornografica, ndB), si vede proporre in pubblicità delle offerte di film in streaming a luci super-rosse.

Una specie di ceffone in pieno volto. La luce dell’intelligenza finalmente fa capolino e suona la sveglia: «ecco perché l’istinto mi aveva detto di acquistare, insieme al TV, un’insetticida: dentro a quello scatolo c’è un bug, una vera e propria microspia».

Per distrarsi, il nostro utente naviga un po’ e si imbatte in questo articolo, sorpreso che anche qui AdSense di Google continua a fargli proposte pubblicitare a luci rosse (certo, può essere, e se accade dipende da voi e da cosa i Big Data sanno di voi, non certo dal sito, come ormai dovrebbe essere chiaro). Realizzata la questione parte a razzo, afferra il cavo Ethernet e lo strappa dal connettore del TV. Poi si ricorda che il TV è connesso via Wi-Fi (eh si, la prima volta con il Wi-Fi non riusciva a farlo funzionare, solo dopo qualche tempo ha capito come si doveva fare): si precipita al computer, apre la pagina di configurazione del modem-router ADSL e cambia la password Wi-Fi. Smartphone e tablet se ne fregano: hanno la propria connessione cellulare, il computer è connesso via cavo, il TV resta – finalmente – isolato dalla Rete.

Dopo un’ora, un’email dal servizio assistenza del produttore: “Il suo televisore non risulta connesso alla Rete. In assenza di connessione non possiamo garantire il funzionamento del sistema di riconoscimento vocale. Distinti saluti, il produttore“.

E così il suo nuovo smart TV, che poi così smart non è, torna ad essere un normale televisore.

È questa l’evoluzione tecnologica che vogliamo?

Marco Valerio Principato


Marco Valerio Principato (2076 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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