Google contro bufale e falsità. Che si faccia, subito!

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/03/2015
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Fa piacere apprendere che finalmente Google intende rivedere la complessa semplicità (ossimoro, ma è così) del suo metodo di ranking. Anche se a qualcuno darà preoccupazioni, ben venga: è un’ottima notizia

Come la metti la metti, fino a oggi ciò che ha fatto fare più o meno carriera alle pagine Web è il numero di link da altri siti di Pagerank elevato, magari accompagnato da un check sulle condivisioni social, un sommario controllo sul linguaggio e tante altre piccole cose, tipicamente gestite in termini numerici.

Ma non basta, lo sappiamo bene. Con questi mezzi abbiamo visto tutti proliferare (e “fare carriera”) siti così così, siti mediocri, siti da poco, siti inqualificabili, siti inutili, bufalerie d’ogni genere, scostumatezze e quant’altro. La loro presenza e la loro invadenza è non solo controproducente, ma prevaricante per tutte quelle realtà Web che, magari, non possono permettersi di “comprare” link, traffico e altre falsità del genere.

Adesso pare che qualche buona idea in più stia prendendo forma a Mountain View. Ed è normale. Non poteva che andare così. Ormai sul Web ci sono cani e porci. L’indice di Google è praticamente l’indice del mondo. Devono essersi resi conto che quest’indice però è fatto di un buon 60 per cento di informazioni – appunto – inutili per la collettività del Web. Falsità, bufale, bugie, turpiloqui, plagi e altre malvivenze sul Web non servono a nessuno.

Dato che ormai nel Web non c’è più niente che Google non indicizzi, sotto questo profilo e in piena ottica keynesiana, non è facile crescere ancora. Crescere significa fare si che la gente scelga Google e ancora Google per un semplice motivo, la famosa parolina magica del marketing: valore. Se l’indice di Google ha valore, allora produce reddito. Fino a oggi lo ha avuto con la forza bruta del “sono il più potente, veloce e capace motore di ricerca”. Oggi la gente cerca anche altre porzioni di valore: cerca qualità, perché scremare le fonti è diventato un altro lavoro ormai insostenibile, con tutta la gazzarra mediatica che c’è. E se Google su questo non aiuta, quel valore si ridimensiona. Il che equivale a dire che il business si riduce, altro che crescita.

Direi perciò che il proposito sia ottimo. Direi anche che una buona idea potrebbe essere quella di valutare, dopo aver scremato con i metodi che gli esperti e gli studiosi di Mountain View stanno ideando, proprio i collegamenti ipertestuali. Essi, lo ricordo, sono la base su cui Tim Berners-Lee ha fondato il proprio lavoro di ricerca, con l’obiettivo di ampliare e agevolare la diffusione della conoscenza. Va da sé che, laddove siano effettivamente utili, chi li impiega fa un buon lavoro; chi si ostina a non impiegarli – vero, quotidiani? – perché “teme” per il proprio Pagerank debba, invece, essere penalizzato.

Ben venga, dunque. Se ben fatto, parrebbe un passo concreto verso un miglioramento della diffusione della conoscenza. Ed è con la conoscenza condivisa che l’umanità è migliorata, non con le sterilizzazioni e i walled garden.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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