Chi può entrare nel tuo account Facebook? Qualcuno può, è normale

Amministrare i sistemi: non solo preparazione tecnica, ma anche doti morali. Inevitabile e imprescindibile.
Amministrare i sistemi: non solo preparazione tecnica, ma anche doti morali. Inevitabile e imprescindibile.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 18/03/2015
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Non c’è da stupirsi sul fatto che i sistemisti possano accedere ai propri dati senza password. Fa parte del «sistema», da sempre.

Ieri Federico Guerrini ha raccontato su La Stampa che «In casi eccezionali, alcuni dipendenti del social network possono accedere a messaggi e dati privati dell’utente, anche senza password». Un simile articolo, pur nella sostanzialmente scarsa preparazione di cui è dotato l’italico internauta medio, può ragionevolmente sollevare qualche preoccupazione.

Invece no: non deve stupire più di tanto. L’articolo parte da un aneddoto, riferito dall’utente Paavo Siljamäki su Facebook stesso. Siljamäki si è presentato presso gli uffici di Los Angeles di Facebook, chiedendo consigli per un migliore utilizzo del social network. Nell’occasione ha chiesto se qualcuno poteva avere accesso ai suoi dati, al suo profilo, e la (prevedibilissima) risposta è stata “si, certo, un ingegnere Facebook (in Italia diremmo un sistemista, ndB) può entrare a tuo nome su Facebook e vedere tutti i tuoi contenuti privati senza bisogno di conoscere la tua password”.

Naturalmente il coro di commenti ha provocato perplessità e anche una risposta ufficiale, che Federico Guerrini giustamente riporta: «L’accesso è centellinato e ristretto in base al ruolo ricoperto, e i dipendenti prescelti possono accedere soltanto alla quantità di informazioni necessarie per poter svolgere il loro lavoro, come rispondere a delle segnalazioni di bug, o a delle richieste di supporto riguardanti gli account».

A questo si aggiungono le prevedibili procedure automatiche di controllo volte a registrare e limitare ogni accesso del genere, nonché a far valutare da esperti l’effettiva necessità di eseguirli.

Ebbene, non c’è proprio nulla di cui stupirsi. Il ragionamento da farsi è di tipo squisitamente filosofico: si tratta di riconoscere una forma di potere a un’autorità, che si pone a garanzia del rispetto di principi di tutela e di impiego,  alla quale si delega l’esercizio di quel potere, in questo caso obbligatoriamente, per via sia del “contratto” che si “sottoscrive” quando si decide di usare Facebook, sia perché – essendo necessarie apparecchiature non gestibili dall’utente finale – sarebbe impossibile non farlo.

Accade esattamente la stessa cosa su Google, Twitter, Instagram, Apple, dovunque, anche nella propria rete aziendale o istituzionale: i sistemisti sono sempre in grado di accedere a qualunque informazione senza particolari impedimenti, salvi i casi in cui tutto sia stato cifrato dall’utente con mezzi non gestiti dal sistema (un caso che, per ragioni tecniche, a volte può non essere contemplato e, anzi, vietato).

Per questo, normalmente, i sistemisti “veri” e preparati sono pagati molto bene: a loro è richiesta non solo una specifica preparazione tecnica di livello ingegneristico e specialistico, ma anche un equilibrio interiore e un profilo morale pressoché ineccepibili proprio per potersi muovere agevolmente in circostanze del genere.

Dunque, nessun allarme: quanto raccontato da Federico Guerrini ricade nella più assoluta normalità e non presenta alcun rischio superiore a quelli, ben più consistenti, dell’impiego indiscriminato dei propri device, specie quando si sa esattamente come si comportano e ciò nonostante si continua a impiegarli sconsideratamente, come se il problema non esistesse.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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