Quel diavolo di Zuckerberg

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 27/03/2015
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Facebook ovunque, per qualunque cosa, verso qualunque cosa, che autorizza qualunque cosa, sempre connesso, sempre autenticato. Non è una prospettiva troppo entusiasmante se ancora ci si tiene a poter chiedere «perché».

Ne sta facendo di tutti i colori. Mark Zuckerberg, patron di Facebook, ha messo sul fuoco molte pile, ciascuna delle quali con pietanze golose. Tra Facebook Messenger che diventa anche sistema di pagamento e fa fare molte altre cose oltre a chattare, i video a 360 gradi sul portale quale “ceffone” a YouTube e Street View di Google, la realtà aumentata con i visori Oculus Rift e, sullo sfondo, il grande abbraccio alla IoT, la Internet of Things, meglio conosciuta come Internet delle Cose. A cui si aggiunge tutto il preesistente, con annessi e connessi.

Che significato ha questa esplosione di iniziative, in gran parte emerse dalla conferenza sviluppatori? Dove vuole arrivare Zuckerberg? Si vuole impadronire del Web?

La risposta è si, ma non solo del Web. Anche se a medio termine, si vuole impadronire anche (almeno di parte) della Rete. Vuol portarla – l’ha sempre detto – laddove non arriva. E se non può stendere impianti per terra, lo farà per aria: qualche prova l’ha già fatta in Gran Bretagna, e con droni mica piccoli, dal momento che hanno un’apertura alare più ampia di quella di un Boeing 737. Del resto anche Google ha già provato a “essere la Rete” in diverse occasioni.

Guerra a Google (e agli altri big come Microsoft e Yahoo quale effetto collaterale)? Si, certo. Può farlo. Su tutti i fronti. Facebook è parte integrante e fondamentale dei Big Data, quanto – o forse più di – Google. Scheda tutto e tutti molto più di Google (siamo noi a dirgli tutto). È un “Web nel Web” dove vige un modello che Google insegue molto più a fatica, cioè quello di far navigare tutti gli internauti in maniera autenticata, così da riconoscerli uno per uno. Per Google è un obiettivo, per Facebook è la regola ineludibile.

Su Facebook si gioca come sul Web. Si dialoga in maniera interattiva e veloce, meglio del Web. Si usano applicazioni come sul Web. Ora nasceranno anche le notizie prodotte appositamente per il “Web nel Web” di Facebook. Fare pubblicità e marketing è più facile che sul Web, la pubblicità è altrettanto invasiva ma, per certi versi, meno invadente e  molto più efficace. Tutto è più controllabile, tutto si “autorizza” perché ci si fa “riconoscere” attraverso Facebook.

Come scrivevo ieri su Nelfuturo.com, Facebook sta cercando di appropriarsi della tautologia tipica di Google: assumere il ruolo di realtà totale ed eseguire un vero e proprio “redirect” al proprio interno di qualsiasi domanda, qualsiasi “perché”, per arrivare a far chiedere a Facebook se è vero ciò che si è letto su Facebook. La risposta sarà ovvia: si, certo che è vero.

E invece no. Bisognerà metterlo in dubbio. Esattamente come bisogna mettere in dubbio Google e simili. Bisognerà stare in guardia, perché il medesimo meccanismo di manipolazione della conoscenza operato da Google si riproporrà dentro Facebook. Il quale ha sapientemente provveduto prima a drogarci di “Mi piace”, fan, seguaci, reach e altre diavolerie che nient’altro sono se non il surrogato social del PageRank di Google e di altre amenità del genere, nate bene e cresciute male.

Non era esattamente questo che aveva immaginato Tim Berners-Lee.

In campana.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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