Internet oggi: la gratuità a pagamento. Esempio? Flickr

Flickr.
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Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 31/03/2015
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«Mille gigabyte gratis». Cioè un terabyte. A quasi sei anni dalle dichiarazioni di chi ne sapeva qualcosa, la parola «gratis» si è quasi svuotata del significato.

Siamo al sesto anno dopo che Barry Diller, magnate di IAC ed altro, disse «Internet? Entro 5 anni si pagherà (quasi) ogni bit». La profezia si è avverata puntualmente e oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma: chi installa l’App Android di Flickr ottiene 1000 GB – si, mille gigabyte, cioè un terabyte – di spazio cloud gratuito per archiviare le proprie foto.

Siamo ragionevoli: un hard disk da un terabyte oggi è comunissimo, un Toshiba di medie prestazioni si trova a poco meno di 60 euro, compresi italici balzelli. Certamente a Flickr costano meno, visto lo scenario in cui li acquista. Ma anche dovesse pagarli un decimo, cioè 6 euro, perché dovrebbe “regalare” 6 euro a testa a milioni e milioni di utilizzatori Android che, abbacinati dalla gratuità dichiarata da pubblicità e articoli, si precipiteranno a scaricare la loro nuova App?

Il problema di fondo è che Diller aveva ragione: Flickr non “regala” proprio niente, se mai saranno gli utenti a “regalare” a Flickr del valore, molto, molto superiore a quei 6 euro. E se consideriamo che quel terabyte verrà fornito in un ambiente cloud, al costo della memoria di massa va anche aggiunto il costo, opportunamente frazionato, della struttura cloud stessa. Eppure lo fanno. Possibile?

Certo. Cominciamo col notare che l’offerta è per utenti Android, ma non è per utenti iPhone, né BlackBerry, né Windows Phone. Primo paragrafo dell’articolo di Technoandroid (il corsivo è mio): «Flickr, l’applicazione di Yahoo per scattare e condividere foto e video che regala ben 1000GB di cloud storage a chiunque la scarichi, è richiesta la registrazione al client mail di Yahoo» (stendiamo un velo pietoso sul corretto impiego della lingua italiana).

Obiettivo: servendosi di Android, Flickr saprà tutto sull’utente perché, come noto, Android è il sistema operativo mobile meno dotato di strumenti di tutela sui contenuti del proprio smartphone. Tutto significa proprio tutto: chiamate, SMS, navigazione, siti visitati, posizione geografica, spostamenti, contenuti della memoria di massa e della microSD, accesso a microfono e telecamera, a rubrica, agenda, note, attività, Wi-Fi, rete cellulare, tutto compreso e nulla escluso.

Il tutto verrà associato a un’utenza email Yahoo, nella speranza che l’utente la impieghi al posto (o in aggiunta) a quella di Google, di cui necessariamente già dispone: altro metodo per ottenere una miriade di informazioni personali.

Ma non basta: l’accesso – necessario, visto che si tratta di foto – alle memorie di massa dello smartphone permetterà di accedere a qualunque contenuto, di qualsiasi genere, risieda in esse.

Non basta ancora. Oggi le potenze di calcolo sono tali da poter analizzare, in un’ottica pienamente ricadente nelle grandi analisi di dati di massa, anche i contenuti grafici, dai quali è possibile ricavare un’altra miriade di informazioni, comprese quelle geografiche (le foto sono spesso dotate di tag geografico apposto tramite GPS) e compresa l’analisi dei volti. Un’altra miniera di informazioni.

Una volta registrato l’account su Yahoo, l’utente accederà poi anche da PC e a quel punto c’è da ravanare tra i cookie, la cronologia e la cache, per osservare altre attività svolte dall’incauto utente, che lascia abbondanti tracce di sé e della propria attività sul computer senza curarsi di limitarne l’entità.

Siamo ancora sicuri che quei mille gigabyte siano davvero gratuiti? Io direi di no. Io direi che saremo noi a “regalare” a Flickr, quindi a Yahoo, non 6 euro, ma molto, molto di più.

Però andremo a dire che “abbiamo avuto mille gigabyte gratis da Flickr”. E saremo contenti così.

Anche loro. Yahoo ringrazia.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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