La battaglia di Uber e la cecità dei governi

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 03/04/2015
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Mezza Europa è contro Uber. Chi apertamente come la Germania, chi vigliaccamente come l’Italia, chi furbescamente come la Francia. Ma in questo modo i governi sciocchi faranno solo peggio: non è questo il modo di ragionare corretto.

Più o meno tutti sanno cos’è Uber: è un’App grazie alla quale entrano in contatto passeggero e guidatore privato. Il secondo trasporta il primo a destinazione, quest’ultimo paga (con denaro elettronico) il secondo per una prestazione occasionale e tutto ricomincia con il prossimo che capita. In pratica, concorrenza frontale con il servizio Taxi, a prezzi spesso enormemente inferiori.

Dietro c’è un’organizzazione. Uber è nata nel 2009 come startup di San Francisco (California, USA). Oggi è un’azienda a carattere pressoché mondiale, presente in 295 città e 55 paesi. Vale 41 miliardi di dollari. E funziona.

Molti governi gli sono contro, incluso quello italiano, che in men che non si dica in Liguria ha allestito una “legge-trabocchetto” «pensata, scritta ed approvata in una manciata di ore, senza nessun reale dibattito, confronto o dialogo».

Ma non basta. Alla fine di marzo a Milano hanno scioperato i mezzi pubblici e Uber, a scopo provocatorio, ha sfidato i tassisti elargendo una corsa gratuita nella giornata.

Ovviamente altrove non va meglio. Germania, Francia e Spagna gli sono pure contro. In Spagna un giudice ha imposto la chiusura del servizio a dicembre, sostenendo che i “guidatori” Uber non hanno licenza e fanno concorrenza sleale ai tassisti. In Francia un disegno di legge di settembre scorso ha vietato l’uso del GPS quale metodo per rilevare automobili vicine da “assumere” come mezzi di trasporto. In Germania una commissione di tre giudici ha vietato il servizio a basso costo di Uber il mese scorso, senza mezzi termini.

Uber ha deciso di rispondere al fuoco con una sequela di controdenunce. L’Europa «si suppone sia un mercato unico», ha detto Mark McGann, capo della Public Policy di Uber per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. «Ciò che emerge alla nostra attenzione è che veniamo trattati in modo completamente diverso nei diversi paesi e persino all’interno dei singoli paesi».

Vai a dargli torto. Ma la questione, più che di merito, è di principio.

Nessuno vuole disconoscere il ruolo del taxi, né sminuire la sua importanza e il suo stato giuridico. Non si può però negare che, specie in certi paesi, utilizzare il taxi è una spesa davvero cospicua.

Nessuno sta implicitamente chiedendo ai taxi di abbassare i prezzi: le loro tariffe dipendono da una serie di fattori la maggior parte dei quali non sono determinati dai tassisti, ma da un intero sistema, lobbyistico, protettore, atavicamente pro-casta, sistematicamente esoso sotto il profilo erariale, notoriamente pretenzioso sotto il profilo autorizzativo, impotente contro le mazzette, evidentemente incapace di gestire un paese e, soprattutto, ignorante in tema di globalizzazione e nuove tecnologie.

Se i governi riusciranno a spodestare Uber (ed è quasi impossibile), si preparino: ce ne sono altri dieci che emergeranno, in forme più o meno evidenti o, alla fine, più o meno occulte e sempre più difficili da individuare.

Con Uber i governi – incluso quello italiano – stanno adottando il medesimo, puerile, sciocco e cieco comportamento assunto nei confronti delle censure online, del blocco di siti come The Pirate Bay, film in streaming e altri, di cui spesso si è parlato su queste pagine. Con quei provvedimenti hanno ottenuto risultati pari a zero e altrettanto accadrà con Uber, perché l’errore non è Uber.

L’errore è 1) non ricordare che, nelle nelle democrazie rappresentative, lo stato è una rappresentanza del popolo e se questo vuole Uber non si può far finta di niente: si deve trovare un accordo, anche referendario, ma una soluzione che accontenti la maggioranza va trovata, costi pure la soppressione di una categoria, altrimenti a pensar male ci vuole un attimo; b) non aver compreso che un processo socio-politico nato dalla globalizzazione e voluto dalle persone, laddove crei problemi, va affrontato nell’ambito globale, in ottica globale, con una politica universalista della differenza. Cioè, come sostiene il filosofo Giacomo Marramao nel suo libro Passaggio a occidente – Filosofia e globalizzazione (ed. Bollati Boringhieri, Torino 2010), scrivendo «universalismo con una mano e differenza con l’altra, resistendo alla tentazione di scrivere entrambe le parole con una sola mano. Poiché sarebbe comunque la mano sbagliata».


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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