Internet, stanno abusando di te. Ne parliamo?

«Tiremm innanz»...
«Tiremm innanz»...
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 19/05/2015
Commenti 4 commenti | Permalink

Forse è venuto il momento di fare qualche altra riflessione: la Rete prosegue nel prendere una piega che non mi piace affatto. Non mi sto sentendo a mio agio.

Già da tempo avevo notato una certa “flessione” nella presenza su Facebook di questo sito o, per dirla più tecnicamente, nel suo organic reach. Ma è arrivata la conferma ufficiale: tutte le Pagine Facebok, inclusa la nostra, ovviamente, adesso hanno priorità molto bassa perché Zuckerberg vuole che vediamo prima i post degli “amici più cari”. In buona sostanza, la pagina può avere tutti i “Mi piace” di questo mondo: non per questo si vedrà più di tanto.

La verità, a mio personale avviso, è un’altra. Come scrivevo in precedenza, nessuno crede alle buone intenzioni di favorire la visibilità degli amici stretti per agevolare i rapporti sociali: Facebook è una realtà che sta lì per lucrare, e anche pesantemente.

Piuttosto, Zuckerberg ha pensato bene di tirare il collo alla situazione. Lo dimostrano vari segnali. Ce lo dice persino l’Ansa: «i costi e le spese sono infatti saliti dell’83% a 2,61 miliardi di dollari. Le spese per ricerca e sviluppo sono risultate pari a 1,06 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 455 milioni di un anno fa. I ricavi da pubblicità sono stati 3,32 miliardi di dollari, il 46% in più sul primo trimestre 2014, con i ricavi da pubblicità su dispostivi mobili che hanno rappresentato il 73% del totale».

Il problema è quello che l’Ansa riporta in esordio: «Ma il balzo del 42% non basta: i ricavi si ‘fermano’ a 3,54 miliardi di dollari, sotto le attese degli analisti. L’utile netto cala 512 milioni di dollari a fronte dei 642 milioni dello stesso periodo dell’anno scorso. Al netto di alcune voci, pero’, l’utile per azione e’ di 42 cent, oltre le attese del mercato. I risultati a luci e ombre penalizzano i titoli Facebook, che perdono l’1% nelle contrattazioni after hour». Dunque, come molto probabilmente Zuckerberg prevedeva, le aspettative non sono state coronate da successo pieno.

E allora cosa si fa? Dice Facebook, non a parole, ma con i fatti: «tu hai una pagina Facebook, non sei una main news outlet (come possono esserlo il New York TimesBuzzFeed e altri) e vuoi che sia “vista”? Benissimo, qua i soldini e la sponsorizziamo. Altrimenti, salvo quei pochi che ti hanno concesso un “Mi piace”, che hanno qualche chance in più (ma poche), la gente la tua pagina non la vedrà mai più, o quasi, indipendentemente dal fatto che i post siano pubblicati come “Pubblici” o meno».

Salvo chi, ovviamente, ci va “manualmente”, ma a quel punto perde di senso: chi è disposto ad andare manualmente sulla Pagina Facebook è disposto anche ad andare sul sito, dunque la spesa non vale l’impresa.

Teniamo altresì presente che Facebook ha già detto di voler fare molte cose per certi versi insolite, che avevo riassunto in un mio articolo su Nelfuturo.com: punta a “spostare” l’idea del Web al proprio interno, tutto compreso e niente escluso. Si va dai trasferimenti di denaro (con Messenger) alla produzione di contenuti specificamente per Facebook (quindi non originati su siti esterni, ma proprio interni, così Google non può metterci bocca) e, qualche tempo fa, anche al lancio di vere e proprie “agenzie stampa” interne.

Tutto questo mira ad assumere completamente il “comando” della situazione e a far si che i grandi gruppi esterni (come Google) non possano in alcun modo interferire, evitando così di dover dividere con il gigante di Mountain View la fetta di torta della pubblicità. Dice infatti l’Ansa: «Facebook controlla l’8% del mercato globale della pubblicità online alla fine del 2014 contro il meno del 6% dell’anno precedente, secondo alcuni studi. Google ha una quota del 31%».

Questo significa che Facebook, in termini numerici, controlla un 23 per cento abbondante di quel che controlla Google sul mercato pubblicitario. Quasi un quarto: non è poco, e certamente – in pieno ossequio alla filosofia economica keynesiana – Mark Zuckerberg mira alla crescita continua. E l’unico modo per sottrarre clienti a Google è, semplicemente, sfilarglieli da sotto al naso e non farglieli più vedere: di qui la “spinta” a spostare tutti quei meccanismi all’interno di Facebook.

Lo scenario, a mio avviso, comincia ad avere del disgustoso. Capisco gli affari, capisco che il profitto debba esserci, ma mi pare che l’amico Fritz Zuck stia tirando un po’ troppo la corda, pur mentre fa qualcosa di socialmente utile (se no, che social è?) come il controllo delle zone a rischio e la relativa segnalazione di “tutto a posto, sto bene” sulle bacheche di amici e familiari.

E con gli altri social network non va meglio. Twitter è un’altra realtà dove, come avevo già ipotizzato addirittura di fare, i tuoi tweet vengono visti solo se sei un influencer dal seguito enorme, un cavalcatore d’onde (di cui questo è un esempio) oppure se paghi perché i tuoi tweet si vedano. LinkedIn peggio ancora: esso stesso è un “social network professionale” parziale, dove l’interezza dei servizi la hai solo se ti abboni e paghi, figurarsi la visibilità dei post.

Poiché tenere in piedi “in proprio” un sito come questo (ma anche un blog personale come il mio NIBBLE) significa puntare a comunicare qualcosa perché gli altri la leggano, condizione necessaria e sufficiente per continuare a farlo è che la Rete metta a disposizione strumenti in grado di rendere quel qualcosa individuabile, ricercabile e accessibile.

Allora: Google Search non ti aiuta, perché ad andare avanti sono solo le grandi testate, le content farm, le realtà di pochi scrupoli e pochi siti più fortunati, sponsorizzati a suo tempo e ormai in vita di rendita; Google News ormai non se lo fila più nessuno (un tempo esserci significava migliaia di visite, oggi qualche decina o qualche centinaio nei casi più fortunati) perché le masse,  cioè la maggior parte dei lettori “casuali”, ormai si informa tramite i social network, Facebook in testa, con tutto quel che ne consegue per la qualità dell’informazione. E, peggio del peggio, il 70 per cento di quel “popolo” lo fa da smartphone, di cui oltre l’80 per cento lo fa da Android, nel più totale disprezzo e disinteresse per la privacy propria e, soprattutto, altrui.

Facebook, dal canto suo, non ti aiuta, perché cerca di allineare ogni pelino in modo che ogni ritorno ricavabile dalla presenza sul medesimo sia ottenibile a pagamento, altrimenti nisba. Per quanto concerne Twitter e LinkedIn, stessa cosa. Google Plus, pur essendo un posto apparentemente ancora tranquillo, è già dato per clinicamente morto e non saprei proprio quanto possa durare ancora (salvo il vivere di fughe da Facebook, come probabilmente accadrà nei prossimi mesi).

Cosa resta? A meno di non lanciarsi in un’impegnativa e costosa campagna di Web Marketing e di Social Media Management senza badare a spese, prima o poi viene in mente di affidarsi alla soluzione di lasciar perdere tutto e tanti saluti al Web 2.0, a casa e a tutti.

Non è da oggi che mi ronzano in testa queste idee. Quello che ha preso il Web è un andazzo che, in verità, sto osservando da quasi tre anni e a suo tempo – ero al secondo anno del mio corso di laurea – avevo già “avvertito Internet” che, probabilmente, di lì a non molto avrebbe rischiato di perdermi.

L’anno dopo ci sono stati ulteriori cambiamenti al Web “imposto” da Google e Facebook, che mi avevano convinto a fermarmi per riflettere. Ho voluto poi ritentare, spinto da diverse persone che hanno osservato quella “sosta” e hanno pensato fosse del tutto inopportuna. Ma di lì a breve ho dovuto di nuovo trarre conclusioni poco rassicuranti, osservando che già due anni fa era pienamente applicabile l’idea “Google coincide con Internet”. Mi chiedevo, del tutto retoricamente, se era accettabile. Ovviamente non lo è, ma nei fatti è così.

Pagina 79 della mia tesi di laurea (click per ingrandire).

Pagina 79 della mia tesi di laurea (click per ingrandire).

«[…] Google è molto più semplice da usare rispetto a Internet», scrivevo nella mia tesi di laurea, citando il libro di Geert Lovink Ossessioni collettive – Critica dei social media, Università Bocconi, Milano, 2012. L’autore lo descrive come equivoco, ma alla fine dà ragione alla sua interlocutrice: i big hanno fatto di tutto per sovrapporre i due concetti e, con la stragrande maggioranza delle menti meno illuminate (che sono la maggior parte, purtroppo), ci sono riusciti.

Io rifiuto categoricamente di accettare per me questo concetto. Lo acquisisco come elemento di conoscenza, con cui delineo e definisco la narrazione di uno dei tratti del presente globalizzato. Ma non lo condivido, come non condivido la promiscuità in cui la stragrande maggioranza dei cittadini di Internet mobili e fissi accetta di vivere.

Spero di avere ancora a lungo la forza di resistere, di mantenere il ruolo di voce fuori dal coro, di continuare ad essere il “rompiscatole della privacy”, il complottista alle otto del mattino, come qualcuno1 mi ha gratuitamente definito, quello che seleziona gli articoli non in base alla notiziabilità, o almeno non sempre, ma in base a una spinta viscerale le cui esternazioni siano liberamente condivisibili quanto liberamente trascurabili.

Si, lo spero perché, qualora dovessi perdere la mia pur notevole pazienza ordinaria (quella di cui normalmente dispongo per la quotidianità), le conseguenze saranno queste:

  1. isolamento totale dai social network: nessuno di essi troverà alcuno spazio per instillare i propri script e le proprie funzioni dentro ai miei siti; niente pulsanti, niente widget, niente box commenti, niente di niente a che spartire con loro; niente (più) newsletter, perché non vorrei trattare alcun dato personale di nessuno, nemmeno temporaneamente; e niente commenti, perché non voglio dedicare tempo a combattere quelli di spam né a moderare quelli prodotti da internauti poco riguardosi;
  2. abbandono totale degli account social dedicati, con un ultimo messaggio esplicativo lasciato lì a futura memoria, nessuna perdita di tempo neppure per cancellarli;
  3. abbandono sostanziale in partecipazione degli account social personali, vale a dire: non li cancellerei (non ci perdo tempo), ma al di là di qualche piccolo intervento, esclusivamente rivolto a chi lo merita, niente più “mi piace”, niente retweet e favoriti, niente ulteriori attività, solo un ultimo post esplicativo, sempre lasciato lì a futura memoria;
  4. isolamento totale dai motori di ricerca, in particolare da Google, in questo senso: indicizzazione libera ma nessuna collaborazione da parte mia, ossia niente sitemap, niente ottimizzazioni, niente descrizioni, niente schemi, niente plugin SEO, niente di niente, creare un buon indice è un lavoro del motore di ricerca, si impegnasse lui per riuscirci nel migliore dei modi, ma non chieda a me di fare il suo lavoro al suo posto.

Realizzate queste quattro condizioni, le modalità per interagire con me e con i miei siti resterebbero queste:

  1. visitare le rispettive Home Page;
  2. iscriversi ai feed RSS;
  3. dialogare, se ve ne è bisogno, per posta elettronica o via BBM.

Se poi dovessi constatare che anche gli sforzi effettuati in questa modalità di presenza residuale dovessero risultare vani (ossia: nessuna frequentazione, è possibilissimo), perderei anche la pazienza straordinaria: a quel punto sospenderei il servizio di Hosting e farei come avevo previsto all’inizio. Internet mi avrà perso, andrà tutto off-line e finirà nei miei archivi Intranet. Probabilmente non interesserà nulla a nessuno, ma a quel punto neanche a me interesserebbe se a qualcuno interessi o meno.

Ciccia.

Si possono fare anche tante altre cose, con Internet e nella vita. Perché a differenza della maggior parte dei beoti, io so cos’è Internet e posso passare dall’altra parte quando voglio. Anche per questo mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e intendo continuare a studiare in quella direzione, fino al livello di dottore di ricerca e anche oltre. So cos’è Internet tanto quanto certi marpioni. Peggio per chi non lo sa: continuerà a farsi riempire la bocca (e non solo quella) dai marpioni medesimi e dai loro… tentacoli (evviva, sono riuscito a non essere scurrile, ma avrei dovuto).

Non devo decidere né oggi, né domani: c’è tempo. Per il momento niente paura, non intendo fermarmi, anche se ovviamente ci sarà un notevole rallentamento nella mia presenza e nella mia tempestività online, che si tradurranno in una sostanziale riduzione dell’attività (ho da fare cose più importanti). Vediamo come butta (metafora dialettale romanesca per dire “che direzione prende”) e, nel frattempo, tiremm’ innanz’ (Cit., v. immagine in testa).

  1. Che compatisco, pur ritenendo che la comunità degli internauti potrebbe, con grande vantaggio, fare a meno di persone del genere, la cui presenza, anche in termini solo verbali, è perniciosa.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. w scrive:

    Era un commento veloce per sottolineare che esistono ancora utenti come il sottoscritto che si informano e si tengono aggiornati direttamente dai siti web per mezzo dei feed rss.

    • Caro Walter,
      ora tutto è chiaro. Ne sono consapevole, per questo ritengo sia il caso di restare anche ancorati al “classico”, pur senza chiudersi irragionevolmente al nuovo. Ciò che mi disgusta – l’avrà ben capito – è questo arrivismo e questo sgomitare a ogni costo pur di arricchire e di mantenere il grafico sempre in salita. Sbaglierò, ma non è una filosofia “salutare”, nel lungo periodo. Del resto, fino a oggi tutti mi hanno deriso e canzonato perché mi sono sempre ostinato a dire che WhatsApp è l’ultima cosa da usare. Dopo la novità di oggi ho l’impressione che a canzonarmi ci sarà più di qualcuno in meno.
      Un saluto,
      MVP

  2. w scrive:

    Qualcuno arriva ancora dai feed :-)




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