Google Project Fi: si cambia modello

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
Di
Pubblicato il: 27/04/2015
Commenti Commenta | Permalink

Se il passo di Google rappresenta una seria minaccia per gli operatori cellulari americani «rimasti fuori», anche per l’Italia non c’è molto da star tranquilli. Specie ricordando che, nel gioco, c’è anche un colosso come Hutchison Whampoa.

Con Google che ha fatto il primo passo concreto – anche se ancora parziale – nel mondo degli MVNO, dovremo prepararci tutti, consumatori e operatori cellulari, a un totale cambiamento di modello.

Gli amici di SosTariffe.it si sono chiesti come mai il considerare Google un MVNO in tutto e per tutto fosse da ritenere un errore concettuale, dichiarandosi anche in “buona compagnia”.

Purtroppo l’essere in buona compagnia, come ho già precisato, non consola nessuno. Il “peso” del passo di Google – che è solo il primo di enne – è altrove, proprio perché il gigante del Web non ha affatto finito: ha appena cominciato. Finirà quando, oltre a essere il gigante del Web, sarà diventato anche il gigante delle TLC mobili.

Lo ha ben spiegato dall’altro lato dell’oceano Alan Berrey, presidente e amministratore delegato di Scratch Wireless, operatore cellulare nato nel 2012 e aderente all’iniziativa Wi-Fi First.

Quest’ultima, presa a sé, è una specie di simbolo mortale per gli operatori cellulari nostrani, abituati ad altre coercizioni di mercato: costituisce il simbolo dei device mobili che impiegano prioritariamente il Wi-Fi e, solo laddove questo fosse assente, passano alla rete cellulare.

Non si possono fare paragoni tra Italia e Stati Uniti: l’Italia è ancora anni luce indietro quanto a diffusione capillare dei servizi di TLC. Tuttavia basta riflettere su un dato di fatto applicabile già oggi anche al territorio verdebiancorosso.

A casa utilizziamo il Wi-Fi. Ci spostiamo per andare al lavoro. Se siamo in un’auto privata usiamo la rete cellulare, ma se siamo su un mezzo pubblico (persino a Roma qualche autobus ne dispone) c’è il Wi-Fi. Entriamo in ufficio, a scuola, all’università, e c’è il Wi-Fi. Andiamo a pranzo nel bistrot di fronte e c’è il Wi-Fi. Torniamo al lavoro e c’è di nuovo il Wi-Fi. Fatto ritorno a casa, sempre con possibilità di viaggio con Wi-Fi, torniamo nella rete domestica, dove c’è il Wi-Fi. Se usciamo e andiamo a cena fuori, passiamo a prendere un aperitivo e nel locale molto probabilmente c’è il Wi-Fi. Quindi ci spostiamo al ristorante dove, a meno che non si tratti della bettola di periferia (e non è neppure detto), c’è ancora il Wi-Fi. A questo punto la batteria è scarica, quindi andiamo al dunque.

Come spiega chiaramente Scratch Wireless, negli Stati Uniti «l’80 per cento del tempo in cui la gente si connette lo fa da casa, dall’ufficio o da altri locali coperti, tutte aree servibili da Wi-Fi (dal rapporto Cisco del 2012 intitolato “Un nuovo capitolo per il mobile: come il Wi-Fi cambierà l’industria mobile rispetto a come la conosciamo”)». Qui da noi non non è proprio così, ma non siamo lontanissimi.

Il modello di Google, fondato su un device capace di sfruttare questo passaggio “indolore” da Wi-Fi a cellulare e viceversa, aderisce perfettamente a quella realtà descritta da Wi-Fi First e da Scratch Wireless, che molti degli stessi americani hanno difficoltà a comprendere.

Il timore dell’AD di Scratch Wireless è che questo possa significare l’inizio della fine per i grandi operatori a stelle e strisce, segnatamente Verizon Wireless e AT&T: quando il Wi-Fi First si diffonderà, relegherà le reti cellulari vere e proprie a dei semplici riempitori di gap tra un HotSpot Wi-Fi e un altro. Dunque, o i big delle reti cellulari troveranno il modo di saltare sullo stesso treno, o saranno dolori. Perché il modello Wi-Fi First – a cui Google aderisce con la sua proposta – negli Stati Uniti produrrebbe per i consumatori un risparmio totale di 700 miliardi di dollari l’anno e questi soldi risparmiati, evidentemente, sono sottratti dalle casse degli operatori cellulari.

E ricordiamoci sempre che a Google non interessa “per sé” diventare operatore cellulare, di qualsiasi tipo, anche mondiale. A Google interessa ottenere dati, altri dati, ancora altri dati. E questo è un modo eccellente per averne tanti, tanti altri. Solo per questo lo farà.

Da noi il mercato è diverso, come è diversa la politica, è diverso il territorio ed è diversa l’indole. Ma il punto è proprio questo. Google, quando si tratta di business, non guarda in faccia nessuno, come è giusto che sia nella sua ottica pienamente keynesiana. Hutchison Whampoa, con la sua filosofia orientale, per altri versi fa esattamente lo stesso. E se si accorderà con Vimpelcom, Tre Italia e Wind diventeranno una sola azienda, senza che alcuno possa aver nulla da eccepire.

Ipotizziamo per un attimo come avvenuta l’unione Wind-Tre Italia. Quando Google diverrà “utente” del pacchetto Hue di Hutchison Whampoa, avrà abbastanza per fare concorrenza frontale a TIM e Vodafone con in più il valore aggiunto del Wi-Fi First, che loro non hanno. La “neo” Wind-Tre Italia non ci rimetterà, perché la novità gli porterà un mucchio di nuovi clienti presi da un mercato saturo, dunque sottratti agli altri due operatori e a qualche MVNO (reale) sparso per l’Italia e destinato a soccombere, come le piccole drogherie e frutterie rispetto alla GDO.

Ecco perché Google non è diventato un semplice e reale MVNO in senso stretto. Perché è molto, molto di più. Il passo appena fatto ha un potenziale enorme che sfrutta un principio ben noto al marketing: la diversificazione.

Detto romanesco:

Il merlo disse al tordo: mo’ senti er botto, se nun sei sordo.

Altro che MVNO. Ci vuole una nuova sigla: WVNO. Worldwide Virtual Network Operator.

Amen.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


Commenti (Facebook)
Commenti (locali)




Nota: La moderazione in uso potrebbe ritardare la pubblicazione del commento. Non è necessario reinviarlo.