Bolle che si preparano a scoppiare

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 04/05/2015
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Già la «popolazione» di Facebook ha un’età media piuttosto alta. Se poi si preme troppo sull’acceleratore, dopo aver perso molto nella fascia più altospendente (quella dei giovani) si rischia di far perdere la pazienza anche ai frequentatori di mezza età.

Sabato scorso è stata una giornata campale. Facebook ha sollevato un discreto vespaio con le nuove pretese riguardanti le applicazioni incaricate di interfacciare i siti Web – incluso questo – con il portale del social network, con specifico riferimento alla pubblicazione di post sulle cosiddette “Pagine Facebook”.

Chi scrive, indossando – come accade di quando in quando – il cappellino da sistemista e Webmaster, ha dovuto confrontarsi con una serie di difficoltà, da alcune delle quali non è ancora detto si riesca ad uscire, almeno limitatamente a Facebook, e le ha ampiamente descritte nel proprio blog personale.

Sono tutti aspetti, questi, dei quali ai lettori interessa ben poco, a meno che non siano coinvolti in questioni simili. Quel che è forse più interessante fare in questa sede è il punto della situazione sotto un profilo più filosofico, al fine di comprendere che direzione stiano prendendo la Web-sfera, la Face-sfera, la Social-sfera in genere.

Come già c’è stato modo di osservare, un po’ tutti i social network stanno spingendo il pedale per monetizzare il più possibile, come non bastasse quanto ricavano, in termini di valore, dalla continua osservazione dei testi scritti dalla loro utenza e dai relativi comportamenti tenuti sul Web.

Un social network come Facebook, che è indubitabilmente il più grande, avrà i suoi motivi per aver “irrigidito”, per così dire, l’accesso a determinate funzioni. Tuttavia a tutto c’è un limite. Esiste già un valore di scambio tra esso e i suoi utenti e per Facebook consiste nell’appropriarsi di una quantità enorme di informazioni sui propri utenti con le quali, poi, fa quello che vuole. In cambio, gli utenti ottengono il “servizio” di social networking.

C’è un limite, dicevamo. Quello della decenza. Quello di non varcare certe soglie, con il rischio di intaccare seriamente la pazienza dell’utenza. Dopotutto Facebook non è l’unico social network, anche se è il più grande. E non si vive di solo social networking á la Facebook. Dopo tutto, Facebook è vivo ed esiste non solo grazie agli UGC1 nudi e crudi, ma anche grazie al fatto che una larga fetta di utenza legge, interagisce e condivide contenuti portati dalle “pagine Facebook”. E la stretta di freni di cui si parla su Facebook Login non è certo per tutelare o difendere gli utenti, quanto per limitare le dispersioni di dati sugli utenti al di fuori del controllo (e del profitto) di Facebook.

L’idea di portare tutto all’interno di sé – dalla pubblicazione di contenuti fatti apposta (e non “inoltrati” da siti Web esterni) alle transazioni in denaro, dalla messaggistica alla produzione di notizie, generaliste e specializzate, eccetera – è un chiaro segnale di volontà di accentramento totale, che parte dal piano della semplice diffusione di conoscenza e termina su quello della schedatura analitica a fini di profitto pubblicitario.

Che la mira di fondo possa essere quella di erodere terreno sotto i piedi di Google paiono esserci ben pochi dubbi. Tuttavia, lato “fornitura di contenuti”, non si può pretendere di “inquadrare” le persone e comandarle a bacchetta, come si fa con un battaglione di militari. Per un semplice motivo: non esiste un vincolo contrattuale per cui la gente è obbligata a utilizzare Facebook. Lo si utilizza fintanto che “sta bene”, fintanto che lo “scambio di valore” che il suo impiego mette in essere porta vantaggi da ambo le parti.

Ma laddove tale “scambio di valore” iniziasse a sbilanciarsi eccessivamente da un lato – certamente non quello dell’utenza – si corrono rischi, è innegabile. Probabilmente Facebook li avrà calcolati. Ma deve anche tenere conto che i tempi cambiano, le persone “nate con Facebook”2 hanno bisogno di molto meno tempo per voltargli le spalle e dirigersi altrove.

Non a caso gran parte dell’utenza Facebook ha figure, sotto questo profilo, poco rassicuranti: solo negli Stati Uniti nel periodo 2012-2014 l’utenza al di sopra dei 55 anni è aumentata dell’80 per cento e quella tra i 35 e i 54 è aumentata del 41 per cento. Per contro, nello stesso periodo il social network ha perso 6,7 milioni di utenti dai vent’anni in giù e quella, secondo le indagini delle società di analisi, è invece la fascia che più spende.

C’è solo da tener presente una cosa: mentre teenager e giovani, spesso, “vanno e vengono” (non hanno ancora le idee troppo chiare), le persone di età più matura tollerano più a lungo, riflettono di più, ci pensano e si confrontano di più. Ma se poi decidono di chiudere, chiudono. Ed è difficile riacciuffarle: sono bolle che, una volta scoppiate, non tornano più.

  1. User Generated Content, ossia contenuti generati dagli utenti.  [Torna al testo]
  2. Si possono considerare tali anche quelle nate venti anni fa, perché hanno comunque iniziato a usarlo e a conviverci sin da bambini.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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