Antonello Soro e la cautela

Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali.
Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 05/05/2015
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Antonello Soro, nonostante la posizione istituzionale “scomoda” che occupa, mi sta simpatico. Specie quando afferma, al microfono di Klaus Davi, «Sarei estremamente cauto a dare il mio numero di telefono a social network o siti di dating che lo richiedono sia per identificare la veridicità dei profili che per dare un pronto riscontro a eventuali richieste della polizia postale»1.

Al dottor Soro che, ripeto, mi suscita simpatia – forse perché originario della Sardegna, regione nella quale ho trascorso un anno in gioventù per soddisfare gli obblighi di leva – vorrei però ricordare che i suoi suggerimenti sono del tutto inascoltati dalla stragrande maggioranza degli utilizzatori di smartphone, specie quelli Android, il che equivale a dire circa l’ottanta per cento del mercato. E per gli altri non va molto meglio, anzi, peggio, visto che – nonostante la possibilità di proteggersi, almeno parzialmente –  si acconsente alla cessione dei dati volontariamente.

Al dottor Soro vorrei dire che uno dei temi centrali della mia tesi di laurea2 in Scienze della Comunicazione3, conseguita cum laude a marzo 2015 (quindi “fresca”: non è roba vecchia) è proprio la privacy.

E se il presidente della commissione di laurea mi ha chiesto, dopo la nomina a dottore, di poter trattenere copia della tesi4, allora qualcosa di buono devo avercelo scritto. E in quel qualcosa di buono si parla anche di questo, cioè della facilità con cui l’italiano medio5, in cambio di uno o più giocattolini, è disposto a vendere, anzi, a svendere parecchie delle informazioni, sia quelle che lo riguardano direttamente, sia quelle che riguardano altri, con assoluto sprezzo della privacy propria e, soprattutto, altrui6.

Dottor Soro, è verissimo che «La conservazione di queste informazioni da parte dei provider avviene, in molti casi, all’esterno dell’Unione Europea, per cui anche la possibilità di verificare in che modo vengano conservate è molto complicata». Ma questo, vorrei ricordarLe, non avviene solo per siti di dating o social network: è un sistema che i giganti e gli operatori dei servizi in Rete, spinti da una sostanziale disonestà alimentata dagli scudi di cui ci si può servire, grazie a un impiego altrettanto disonesto di una Rete “democratica inside7 e con il pretesto “della vostra sicurezza”8, è ormai un requisito monòtono, sbandierato da Twitter, Facebook, LinkedIn e, soprattutto, Google, per citare i grandi e chiudere con il più grande. E nessuno di essi, che io sappia, ha una sede legale italiana capace di obbligare al trattamento dei dati non solo secondo le normative locali in tema di privacy, ma anche alla circoscrizione al territorio italiano dell’area di trattamento.

Le ricordo anche, dottor Soro, che quando si parla di Facebook, si parla anche di Instagram, usato dai giovani forse più dello stesso Facebook. E si parla anche di WhatsApp, che come Lei certamente sa è stato acquistato dalla premiata ditta Zuckerberg a febbraio del 2014 per ben 19 miliardi di dollari. Come ho scritto sulla tesi di laurea, un simile acquisto «non si fa per filantropia».

WhatsApp, come Lei certamente sa, è ormai l’antonomasia dell’Instant Messaging. Domenica scorsa ho sentito con le mie orecchie una bimba di cinque anni, figlia di una coppia di amici, dire a chi era con me in una ricorrenza e riferendosi alla propria madre: «mamma potrebbe mandarti le foto su WhatsApp». Cinque anni, dottor Soro, cinque anni. In quella ricorrenza, durante il pranzo, eravamo dodici persone. Li ho contati: tutti dotati di WhatsApp, tutti. Naturalmente, escluso chi era con me, persona opportunamente addestrata (indovini da chi) che sa bene come, utilizzando WhatsApp, sia sistematico violare la privacy sia propria, sia – soprattutto – quella degli altri.

Eppure tutti lo usano. Eppure tutti sono contenti della famosa autenticazione a due fattori, che comporta proprio quel che Lei – giustamente – paventa: rivelare il proprio numero di telefono, oltre a una notevole quantità di ulteriori informazioni personali, a certe realtà, la cui trasparenza è assolutamente dubbia e le cui modalità di trattamento, gestione e conservazione dei dati personali acquisiti, come Lei stesso afferma, sono affidate «alla flessibilità dei comportamenti, il che non è un elemento positivo».

La inviterei, dottor Soro, a tenere ben presente questo scenario. E a valutare il fatto che, ormai, è troppo tardi per limitarsi a raccomandare cautele come quella da Lei indicata o a sperare, come Lei precisa, in un «aggiornamento della politica da parte dei provider che l’Europa ha già messo in cantiere».

Ciò che va completamente ricostruito nei cittadini italiani9 è una “cultura della privacy”. Converrà con me che oggi essa è pressoché assente, non solo nelle fasce sociali basse e medie, ma in molti casi anche in quelle medio-alte e alte: gli italiani lo dimostrano con i gesti concreti quando hanno in mano gli smartphone e li brandiscono come trofei, a conferma della conquista (illusoria e apparente) delle redini di una modernità della quale hanno ben poca conoscenza e, soprattutto, nessun controllo, nessun senso critico e nessuna reale consapevolezza.

Da dove vogliamo cominciare?

  1. La trascrizione è del Corriere delle Comunicazioni, in http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/34045_privacy-soro-dare-il-numero-di-telefono-ai-social-network-sarei-cauto.htm, mentre il canale YouTube di Klaus Davi è su https://www.youtube.com/user/klauscondicio.  [Torna al testo]
  2. Qualora, per puro caso, al dottor Soro pungesse vaghezza di leggerla, sarò ben lieto di fornirgliene copia, anche se dubito sia difficile abbia tempo e voglia di considerare quel che scrive uno scocciatore come me.  [Torna al testo]
  3. Si può prendere visione qui dell’attribuzione del titolo: http://nibble.it/about/laurea-sdc.  [Torna al testo]
  4. L’ho raccontato qui: http://nibble.it/?p=12276.  [Torna al testo]
  5. Sul quale – come noto e salvando chi merita di essere salvato – ho un’opinione non proprio brillante, che ho discusso qui: http://nibble.it/?p=8088.  [Torna al testo]
  6. Ho fatto, in proposito, un’artigianale e veloce ma pur sempre interessante indagine, accessibile qui: http://nibble.it/?p=11032  [Torna al testo]
  7. Vedasi tesina d’esame di Scienza Politica, sostenuto nel 2012 con la profess.ssa Federica Giardini, docente dell’università Roma Tre, valutata 30/30 e lode e consultabile su http://www.academia.edu/4229973/Scienza_Politica_-_Elaborato_desame.  [Torna al testo]
  8. Interessante rileggere in proposito un testo del 2005, di cui ho citato parte a pag. 21 della nella mia tesina di Comunicazione di Rete per il relativo esame, sostenuto all’Università Roma Tre con la docente Teresa Numerico, con la quale mi sono poi laureato, e valutata 30/30 e lode, accessibile qui: http://www.academia.edu/4463832/La_sacra_triade_Search_Big_Data_e_Social_cio%C3%A8_il_dominio_del_XXI_secolo_alla_luminosa_ombra_di_Internet.  [Torna al testo]
  9. Quei pochi che ci sono rimasti, perché ormai l’Italia è territorio di conquista, paese di Bengodi per ROM ed altri immigrati senza scrupoli, coagulo di malviventi e mafiosi in larga promiscuità con sedicenti rappresentanti del popolo, alcova di truffatori e imprenditori senza scrupoli, più che essere suolo di origine di una stirpe… forse erano migliori i tempi del civis romanus, chissà.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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