UberPop bloccato. Come la mente di chi lo blocca

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 05/06/2015
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Il blocco di Uber in tutta Italia, disposto dal Tribunale di Milano, non può che suscitare ilarità. È come quello di The Pirate Bay, come tutte le censure italiane. Perfettamente inutile: si limita a «spostare» il problema, ma non risolve.

Mi viene da ridere. Vincono i tassisti: UberPop bloccato in tutta Italia, titolava Key4Biz, il quotidiano online diretto da Raffaele Barberio. A disporre il blocco è stato il Tribunale di Milano. Cioè il tribunale di una città dove i mezzi pubblici funzionano molto meglio rispetto a Roma, a Napoli, a Palermo, ma anche alla stessa Torino.

Stavolta ha detto bene Boccadutri: «La mobilità sta cambiando nel mondo e non credo che una sentenza potrà bloccare questo processo». No che non lo bloccherà. Non si rendono conto delle potenzialità della Rete. E, soprattutto, non si rendono conto delle realtà urbane in cui la gente vive.

Una persona che conosco – che per lavoro ha bisogno di recarsi frequentemente a Torino quale professionista e di restarci più di qualche giorno – si serve di AirBNB per trovare una residenza degna senza spendere un patrimonio. Spesso la trova a una certa distanza dal centro di Torino, dove va a svolgere la sua professione. Se non fosse per UberPop, ogni spostamento dovrebbe farlo in taxi e, oltre a costargli un patrimonio, la costringerebbe a notevoli attese a causa della dislocazione periferica.

I tempi sono cambiati, cari tassisti. Io non ce l’ho con voi, per carità. Ma rendetevi conto che utilizzare il taxi, oggi, è dispendiosissimo e, soprattutto, è molto più caro che in altre città.

Durante una mia recente visita a Napoli in occasione di un matrimonio mi sono trovato a dover raggiungere la stazione ferroviaria di Napoli Centrale, trovandosi l’Hotel in cui alloggiavo piuttosto distante (a Melito di Napoli, per l’esattezza, vicino al luogo della cerimonia).

Non mi sono servito di UberPop, ma semplicemente di un autista privato, in “convenzione di fatto” con l’Hotel: l’ho chiamato al cellulare, mi sono accordato con lui e il mattino dopo alle sei mi è venuto a prendere e mi ha portato in stazione per prendere il Freccia Argento delle 7 per Roma. Costo: 15 euro. Non credo che mi sarebbero bastati per un taxi. È tanto differente da UberPop o da BlaBlaCar?

Ma passiamo a UberPop e, in definitiva, a Uber. L’applicazione delle sanzioni è risibile, come lo è stato per Google (che in Uber partecipa, tra l’altro). Il servizio si svolge su Internet, una zona globalizzata nella quale si entra solo se si ha il passaporto da cosmopoliti. Se non lo si ha, la Rete se ne fa beffe.

Cosa fanno? Bloccano – con la solita censuretta all’italiana, come tutte le altre ufficialmente inutili – l’accesso ai server di Uber? Esiste TOR per smartphone, non c’è problema. E vale sia per chi usufruisce del servizio, sia per chi lo offre. Controllano le transazioni su carta di credito? Bazzecole. Oggi ad avere una carta di credito fuori dall’Italia non ci vuole molto. Si può pagare con PayPal e con i punti AmEx. Se si usa un po’ d’attenzione, gli si fanno le transazioni sotto al naso senza che se ne possano accorgere. Obbligano Google a rendere Uber non scaricabile? Ammesso che Google adempia (e non lo fa), sai che ci vuole a scaricarla lo stesso: ci sono mille estensioni per Chrome (e non solo) che te la fanno scaricare ugualmente, basta una bella utenza Google creata tramite TOR o tramite VPN in paesi diversi dall’Italia e il gioco è fatto. E se non sarà Uber, saranno altri: a Roma è nato Scooterino, altrove ne nasceranno di nuove.

Mi spiace, ma come ho già dovuto constatare, in queste dinamiche economiche l’Europa non si dimostra all’altezza e figurarsi, pertanto, l’Italia, ancor più “antica” e “bizantina” degli altri paesi europei.

Dice bene anche Bittarelli di Uritaxi: «il problema non è giuridico, ma politico». Infatti basterebbe fare in modo che svolgere la professione di tassista diventi qualcosa di fiscalmente, contributivamente, operativamente ed economicamente praticabile senza fare acrobazie.

E poi basterebbe rendersi conto che i tempi cambiano, la globalizzazione non si ferma dietro a quattro toghe ancorate come la vite americana al bizantinismo italiano. La globalizzazione “è” e risolve i conflitti a modo proprio, a prescindere dal volere dei politicanti, dei sindacati e degli pseudo-partiti di cui disponiamo.

Poi dice che certi filmati, vedi qui appresso, sono populisti. Lo saranno anche, ma dicono la verità. E la verità, come dicono a Napoli, è ‘na tazza ‘e veleno.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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