Google Now on Tap: come ti cambio la mente

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 05/06/2015
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Il linguaggio è importante: suo tramite le menti si possono formare, educare, ma anche «forgiare», rendendole insensibili a determinati argomenti. I media, specie i più importanti, in questo hanno una grande responsabilità.

Non c’è solo una grave responsabilità di Google nel rovistare a fondo in ogni attività svolta dagli internauti, con l’ausilio del tracciamento sui computer da tavolo ma, soprattutto, con quello svolto sull’ottanta per cento del mercato attraverso Android: c’è anche una responsabilità generale dei media, il cui linguaggio molto spesso non contribuisce – in certi casi, anzi, rema contro – alla crescita della consapevolezza su come sta girando il mondo in tema di tecnologie legate a Internet.

Si guardi alla nascita di Google Now on Tap. Si tratta di un ulteriore evoluzione del già invasivissimo Google Now, del quale si è parlato su queste pagine e che molti, già da tempo, considerano parte integrante della propria vita quotidiana dopo la sorpresa dell’averlo trovato sul proprio smartphone già installato. Atto, questo, già colpevole per il solo fatto di non essersi posti alcuna domanda sul suo funzionamento, ma ormai siamo oltre.

Si prenda, per esempio, l’articolo sull’argomento pubblicato da Tom’s Hardware, il sito di news e informazione tecnologica diretto da Pino Bruno. Lo si legga. Si constaterà, pur nella perfetta regolarità, che il linguaggio è tale da far dimenticare completamente ogni risvolto sull’esistenza di una simile applicazione in tema di rilevazioni di dati svolte da Google; un linguaggio improntato a una certa dose di entusiasmo e a un intraprendente abbattimento della cosiddetta “quarta parete”, al fine di far sentire il lettore estremamente a suo agio e predisporlo ad accogliere tutte le nozioni esposte.

Non è il solo, sia chiaro. L’articolo de La Stampa non è da meno, quello di Webnews altrettanto, ci si può divertire a leggerne più d’uno. L’argomento tutela delle informazioni personali, che almeno aleggiava nell’aria – pur se colpevolmente trascurato dalla maggior parte degli internauti – alla prima comparsa di Google Now, adesso è semplicemente assente: nessun grande medium ne parla, nessun giornale prova a ricordare che, dietro al funzionamento di un sistema del genere, c’è una delle più grandi schedature mondiali alla quale (per ora) ancora ci si può opporre servendosi dell’intelligenza e accrescendo la propria cultura in materia.

Ciò che ricorre è il paragone con Apple, dimenticando di sottolineare la questione più importante: il buon funzionamento e la flessibilità di Siri, l’assistente vocale Apple, sono elementi legati al costo dei gadget della casa di Cupertino, dalla quale l’utente-cliente può aspettarsi una tutela ben diversa – pur non essendo Apple una portatrice d’aureola, sia chiaro – rispetto a quella lecita da aspettarsi da parte di Google, che impronta tutto ad una apparente gratuità.

Nessuno vuole con ciò suggerire di adottare linguaggi arcigni, di screditare l’operato di questa o quella azienda o di sminuire la portata di innovazione tecnologica messa a punto dai giganti del Web e dell’industria. Tuttavia almeno un garbato riferimento ci dovrebbe essere sempre, per “non dimenticare” che più si lascia andare avanti Google e simili liberamente, senza mettergli un freno né lato consumo né lato normative, più essi si prenderanno sempre più spazio, sempre più libertà e sempre più governeranno non solo l’informazione, ma la comunicazione stessa su Internet.

Se non lo si fa, appunto, si ottiene l’effetto cercato dai big, Google in testa: “cambiare le menti”, facendo in modo che l’osservazione critica del mondo e la conseguente riflessione diventino un fatto desueto, da derubricare a scocciatura o a inutili elucubrazioni su argomenti e questioni contro i quali far credere che non ci sia niente da fare.

Non è così. Si può fare molto, invece. Ma per prima cosa ci vogliono volontà e determinazione degli internauti. Qualità, queste, piuttosto raramente fornite “in dotazione” agli esseri umani. Per svilupparle occorre la formazione: per questo si è sollecitata l’attenzione di strutture come l’Agcom, ottima sede per promuovere iniziative culturali in grado di scongiurare il totale asservimento ai big, che attende al varco tutti, se non si interviene per tempo.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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