Riflettere: l’arte che ci manca, a proposito di Cookie Law

Pensare e riflettere fa bene. Più di quanto si creda.
Pensare e riflettere fa bene. Più di quanto si creda.
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 11/06/2015
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Un po’ di sana introspezione, di autoanalisi e di schiettezza con sé stessi forse tornerebbe utile per non sentirsi così inadeguati e impreparati di fronte alla Cookie Law.

Se siete costernati per il vostro rapporto con la Rete, se ritenete di sentirvi improvvisamente inadeguati per un sistema normativo che sta tentando – sia pure in modo inizialmente un po’ goffo – di mettere ordine nel caos calmo in cui versa la Rete, leggetevi il post di Giovanni Scrofani, intitolato Quando il Garante ti prese sul serio e scrisse la #CookieLaw: servirà a fornire diversi risultati, vediamone qualcuno.

1. Esame di coscienza, prima di tutto

Giovanni Scrofani ci dà giù duro, quindi prepararsi. Come lui stesso dice, «Già hai capito che non ti piacerà quel che ho da dirti, ma qualcuno deve farsene carico ed è meglio che sia io». Se vi riconoscete in una o più delle categorie che elenca (le ricordo: vanità, solitudine, sciatteria, insicurezza, furbizia), allora è il momento di riflettere. Fare marcia indietro non è reato, non è disonorevole, non è compromettente. Si fa sempre in tempo a premere CTRL-ALT-CANC su sé stessi e ripartire, magari col piede giusto.

2. Osservare come hanno fatto gli altri è conoscenza

Io stesso ho avuto perplessità in tema di Cookie Law e hosting gratuiti, come quello su Wordpress, riguardando direttamente il mio blog radioamatoriale. Osservando il blog di Giovanni Scrofani ho capito che una soluzione compatibile con la rigidità giuridica tipicamente italiana esiste, senza aspettarsi né un intervento di Automattic (l’azienda dietro a Wordpress.com), né un chiarimento del Garante. Chiederò a Giovanni Scrofani di poter adottare, per il mio blog radioamatoriale, la sua medesima cookie policy, pari pari.

3. La consistenza, quella vera, del Web di oggi

Su, guardiamoci intorno. Sul piano informativo Il Web oggi è fatto da una miriade di siti, situcci, sitarelli, situncoli, sitacci, sitini, sitoni (l’ho dette tutte, piccolo climax linguistico) dove per trovare un minimo di qualità e due parole in croce messe bene in fila una dietro l’altra, senza sbagliare e sfruttando l’ipertestualità per come l’aveva pensata Tim Berners-Lee, devi faticare. Siamo sinceri: il 90 per cento dei siti potrebbe chiudere, compresi i miei, mi ci metto anch’io. Non se ne accorgerebbe nessuno, o quasi. La bolla, qui, è già scoppiata. Per questo adesso c’è bisogno di regole, altrimenti continuerà a funzionare come per strada, almeno a Roma: ognuno per sé, Dio per tutti, ognuno fa quel che vuole, tanto se non funziona il famoso “apparato” (elemento della norma che procede all’applicazione delle sanzioni), il precetto contenuto nella regola non lo rispetta nessuno, visto che si rischia poco/nulla. E questo senza contare la gran fatica che c’è da fare per scremare il mare magnum.

4. L’accesso e l’organizzazione delle informazioni sul Web

Su questo tema ho provato a impegnarmi a fondo. E a quanto pare, i risultati ci sono stati.

Su questo tema ho provato a impegnarmi a fondo. E a quanto pare, i risultati ci sono stati.

Ormai lo sappiamo: c’è Google, che cerca di sfruttare il gran rumore per porsi come filtro, come soppressore di rumore (ricordate il Dolby, di beata memoria?). Condisce il tutto con AdSense, dà il contentino con Analytics, aggrega con News, eccetera. In cambio vuole le nostre anime, come il diavolo: spia, controlla, filtra, scheda, scandisce, esegue “radiografie”, accumula, esamina e si mette in bella mostra, come porta d’accesso a Internet, cercando di diventare la pagina iniziale del browser di tutti. In mezzo a tutto questo caos, è ovvio che ci sia dell’arrivismo digitale, dei furbastri che credono di essere bravi, delle moltitudini che «se c’è riuscito quello, perché non devo riuscirci anch’io?», e giù post su post, articoli su articoli, di utilità spesso pari a zero, di qualità sotto zero perché succubi della necessità di click su AdSense, di Like su Facebook, di Preferito su Twitter e via discorrendo. Si regge, ma l’equilibrio è precario, è innegabile. Per questo l’altra bolla, quella social, secondo me scoppierà presto.

Un po’ di autoanalisi anche per me

Non è la prima volta che mi chiedo “ma chi me lo fa fare?”. Dato che, appunto, come sostiene il prof. Cardani, i tempi del pionierismo del Web sono finiti, potrei fare come ha fatto Uriel Fanelli, che dopo aver tenuto botta per dieci anni e più s’è stancato e ha fatto quel che avevo ipotizzato anch’io: diventare fruitore del Web, con la consapevolezza e gli strumenti acquisiti durante gli anni, ma smettere di esserci in prima persona: non ne vale (più) la pena. Poi faccio sistematicamente marcia indietro.

Allora: non ho creato questo sito, né il mio blog, né altri siti del passato per vanità. Sono stati e sono un piacevole esercizio informatico e comunicativo.

Non li ho creati per solitudine: ho nuovamente varcato la soglia dell’università a 51 anni, dopo tre anni mi sono laureato a pienissimi voti cum laude, evidentemente non ho problemi di rapporto con gli altri de visu (infatti intendo proseguire gli studi).

Il prof. Vito Michele Abrusci, docente di Logica presso l'Università Roma Tre, mentre legge la formula in Commissione di laurea.

Il prof. Vito Michele Abrusci, docente di Logica presso l’Università Roma Tre, mentre legge la formula in Commissione di laurea.

Non li ho creati per sciatteria: come sostiene il prof. Vito Michele Abrusci, mio docente di Logica nonché Presidente della Commissione di Laurea in cui mi sono laureato, “quantità non è sinonimo di qualità” e per questo mi diverto anche con esercizi di minimalismo, che non va confuso con incapacità o grettezza: lo dimostra proprio questo sito, il cui tema è piuttosto complesso e ricorda molto da vicino il celebre quotidiano, laddove l’esercizio è stato (ed è) proprio quello di realizzarne le funzioni pur restando in una piattaforma blog come Wordpress.

Non li ho creati per insicurezza: se fossi insicuro, non sarei il costante riferimento per molti amici con i quali ho avuto e continuo ad avere rapporti diretti e che chiedono il mio parere prima di fare cose che non capiscono, specie quelle tecniche (anche se poi, frequentemente, accade che mi interpellano tardi o ignorano i miei suggerimenti, perché scomodi).

Non li ho creati per furbizia, per un semplice motivo: se quello fosse stato l’intendimento, non avrei scelto di essere critico, di parlare di privacy, di “cosa c’è dietro”, non avrei stimolato la riflessione, non avrei messo in dubbio l’onestà imprenditoriale dei big, eccetera, il tutto su temi tecnici. Invece lo faccio. Se avessi voluto catturare click e like, come dice Riccardo Pizzi di PocaCola, avrei dovuto fare quel che agli italiani piace di più: «parlare di gnocca e di calcio».

Ecco perché aspetto ad esultare per la buona riuscita di un’idea normativa come la Cookie Law, ma evito anche di lanciarmi in proclami distruttivi come l’accostare, del tutto impropriamente, la Cookie Law ai decreti ammazzablog o alle notti della Rete, che erano ben altra cosa.

Direi, quindi, che un po’ di introspezione non guasterebbe. Se fatta per tempo avrebbe certamente evitato, come ha retoricamente delineato Scrofani, l’insorgere della necessità di regolare un comparto come Internet, difficilissimo da regolare in maniera efficace e non anacronistica perché globale.

Ma, come diceva il Maestro Alberto Manzi, «non è mai troppo tardi».


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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  1. Andrea ha detto:

    Non sono d’accordo con questa parte:

    “Sul piano informativo Il Web oggi è fatto da una miriade di siti, situcci, sitarelli, situncoli, sitacci, sitini, sitoni (l’ho dette tutte, piccolo climax linguistico) dove per trovare un minimo di qualità e due parole in croce messe bene in fila una dietro l’altra, senza sbagliare e sfruttando l’ipertestualità per come l’aveva pensata Tim Berners-Lee, devi faticare. Siamo sinceri: il 90 per cento dei siti potrebbe chiudere, compresi i miei, mi ci metto anch’io.”

    Il web non va visto come un media alternativo o uno strumento per acquisire cultura, almeno non può essere solo questo.

    L’unicità del web sta proprio nel fatto che rappresenta le persone, tutte.

    E’ un riflesso digitale dei pensieri di miliardi di individui collegati in ipertesto e non si può criticare il contenuto del web “popolare”, così come in genere non pretendiamo che ad esprimersi al bar o andare a votare siano solo le persone che esternano parole di “qualità”.

    Per il resto riconosco anch’io che il 90% dei contenuti sul web sono irrilevanti e ridondanti, così come i pensieri del 90% della gente per strada.

    Ma ciò non cambia il principio sacrosanto che qualsiasi intervento normativo deve prima assicurarsi di non compromettere la libertà di espressione, anche se sul piano giuridico può avere tutte le ragioni del mondo.

    La cookielaw è un uragano ideologico, spazza via tutto pur di affermare e imporre la propria teoria sulla privacy.

    • Andrea, non sono d’accordo. Il Web non è un medium alternativo: è un medium, punto e basta. Certamente non è “solo” un modo per acquisire cultura, ma può esserlo: dipende da chi lo frequenta. Non rappresenta “tutte” le persone: se mai quella “pretesa” può averla un social medium, di certo non il Web, perché è fatto di fruitori di informazioni e di fonti di informazioni. Chi si limita a fruirne non ne è rappresentato, chi produce informazioni invece si. Per questo il paragone con il bar o con la strada non regge, né potrei dire di essere uno scrittore solo perché “frequento” una libreria: potrei dirlo solo se, sullo scaffale, c’è almeno un libro scritto da me.

      Se poi parliamo di dovere di non negare in alcun modo la libertà di espressione, là non ci sono dubbi. Per estensione, tuttavia, a nessuno è vietato scrivere un libro. Ciò non significa che qualsiasi libro, scritto da chiunque, abbia valore e sia preso in considerazione. Anche lì c’è una “norma non scritta” che lo impedisce: per farlo è richiesto di avere specifica competenza, qualificazione, capacità espositiva e argomentativa, padronanza della lingua e proprietà di linguaggio, conoscenza di uno specifico lessico secondo l’argomento. Se queste doti non si hanno, il libro non uscirà mai perché c’è un “filtro”: gli editori. Sul Web gli editori non ci sono: a chiunque è data la possibilità teorica di esprimersi. Ciò non significa essere poi presi in considerazione. Ecco perché ho parlato di quel 90 per cento di siti che potrebbero chiudere: sono come il 90 per cento delle persone che non scrivono libri.

      Un saluto e grazie per l’intervento.




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