Migranti, Ispettori, Facebook ed esasperazione

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 22/06/2015
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La vicenda dell’Ispettore Polfer Gioacchino Lunetto, avviata su Facebook e finita sulle cronache, merita qualche riflessione meno miope dei semplici proclami di condanna. L’esasperazione è una brutta bestia, facciamo attenzione.

Sia chiaro: il comportamento tenuto su Facebook dall’Ispettore Gioacchino Lunetto della Polfer di Catania è condannabile e censurabile. Un individuo che ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica e sia in servizio non può certo esternare idee simili né, men che meno, comportarsi di conseguenza. C’è dunque da aspettarsi seri provvedimenti disciplinari, incluso l’allontanamento dal corpo e le sanzioni previste.

Non può tacersi, tuttavia, qualche altra considerazione, che le autorità – non solo nazionali, ma europee – farebbero bene a fare, perché l’esasperazione e la conseguente perdita di controllo sono una dinamica umana, in cui può incorrere qualsiasi essere umano, non solo italiano.

Lunetto ha esagerato, non c’è dubbio. Oltretutto sfruttando la viralità, un fenomeno del quale, con argomenti adatti e azioni mirate, è facile servirsi sfruttando un social network (Facebook, nel caso de quo). Ma non si può negare che abbia indirizzato il proprio dissenso su problemi molto, molto spinosi, la cui consistenza è tale di certo non per colpa dei cittadini italiani, ma della politica.

Una politica, da diversi anni a questa parte, completamente sorda, incapace di rappresentare degnamente la popolazione e, di fatto, del tutto insensibile alle sue reali istanze. Non basta, per dirla con la filosofa Seyla Benhabib, accontentarsi delle “iterazioni democratiche”1  in cui il nostro paese si è trovato2, per sostenere che la nostra sia una democrazia – e uno stato – che funzioni.

I confini debbono essere non aperti, ma “porosi”, sostiene Benhabib. Questo è un ragionamento cosmopolita, accoglibile e condivisibile, a condizione che tutti i paesi lo facciano o, almeno, tentino di farlo. Siccome, di fatto, non è (ancora) così, l’alternativa qual è? Quella di essere gli unici, solo perché muniti di lunghe coste e di essere geograficamente accessibili per primi, ad accogliere questa migrazione di massa dietro a cui vi sono meccanismi tutt’altro che chiari? No, ovviamente: o lo facciamo tutti, o è conflitto, non se ne esce.

La soluzione a simili conflitti – è evidente – non è quella di tollerare (e lasciare che gli altri non tollerino), ma quella di assumere un comportamento omogeneo, tale che, qualsiasi paese d’Europa sia la destinazione, i migranti trovino condizioni analoghe. Altrimenti non resta che ammettere il fallimento totale del “progetto Europa” e attribuirgli l’unica qualificazione che gli compete: quello di una strumentalizzazione, causata dal suo ruolo di sedatore di conflitti in luogo di quello – autentico – di decisore.

Che non sia facile, nessuno lo nega. Ma intanto che la politica se la prende comoda, adagiandosi sugli allori di retribuzioni dorate – locali o europee che siano – e distribuendo parole su parole, la gente si esaspera. E non tutti hanno la cultura sufficiente per poter gestire l’esasperazione. E se non tutti hanno quella cultura, la responsabilità è ancora una volta della politica, che anno dopo anno ha disgregato un sistema educativo, sociale e di istruzione fino a renderlo quasi inutile.

Con quelle scarse basi può anche accadere che l’essere umano, rilevando di aver visto i fallimenti e le orge economico-finanziarie di destra, sinistra, centro, poi centro-destra e poi centro-sinistra, in preda all’esasperazione rivolga la propria attenzione ad altri ideali, la cui consistenza buia li rende assolutamente poco raccomandabili e da scongiurare, ma – nella miopia di quelle scarse basi culturali – l’unica, o tra le poche, prospettive individuabili come effettive alternative.

Questo è il segnale da raccogliere, il valore da acquisire e da dimostrare di aver acquisito, prima ancora dei demagocici proclami, annunci e affermazioni di censura, punizione, condanna, sanzione e repressione, il cui unico giustificativo è la loro legittimità in ossequio alle normative, ma la cui efficacia, a fronte di un’esasperazione a rischio di allargarsi a macchia d’olio, è pari a zero.

  1. La filosofa ne parla nel suo libro I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, ed. Raffaello Cortina 2006, ISBN 9788860300249.  [Torna al testo]
  2. Benhabib riporta come esempio la vicenda accaduta in Francia nel 2004, quando tre ragazze mussulmane si presentarono a scuola con il velo nonostante fosse stato proibito qualsiasi simbolo religioso nelle scuole. Un esempio di “iterazione”, dove lo stato, in qualità di sovrano, ha stabilito un principio vietando non il velo ma qualsiasi simbolo religioso. Le tre ragazze hanno preso parola pubblica in maniera duplice: sul piano simbolico, “disobbedendo” e di conseguenza argomentando, ma anche sul piano fisico, attraverso un gesto compiuto con il supporto del proprio corpo, un messaggio “fortissimo”, la cui intensità scaturisce dalla consapevolezza di dover fronteggiare un linguaggio – quello della democrazia occidentale – che da questo punto di vista sembra essere “sordo”, incapace di stabilire una relazione basata sulla differenza.  [Torna al testo]

Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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