Google e la Francia: la questione del potere dopo lo stato

Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 03/08/2015
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La vicenda tra Google e la Francia, che chiede tutela attraverso la sfera normativa Europea in materia di diritto all’oblio, offre lo spunto per una riflessione sul futuro delle relazioni tra stati e agglomerati mercantili di potere sostanzialmente economico.

Sono stato fortunato, lo ammetto: uno dei pilastri dell’esame di Filosofia Politica(nota 1), che ho avuto il piacere di seguire all’Università Roma Tre nel corso di Scienze della Comunicazione, è stato proprio la questione del potere dopo lo stato. Grazie a quella fortunata coincidenza, nella vicenda del rifiuto da parte di Google di concedere l’oblio al di fuori dell’Europa, mi par di capire che c’entri proprio quella questione e, in verità, molte altre questioni, proprio di (e proprie della) Filosofia Politica.

In sostanza, Google dice: io opero in Europa, tu Europa mi chiedi l’oblio, in questo caso io sono costretto a concederlo alla Francia (quindi per google.fr) o, al massimo, a tutta Europa. Ma non chiedermi di fare lo stesso per tutto il resto del mondo, altrimenti ne va della libertà di informazione del resto del mondo e la Rete sarebbe ridotta al silenzio.

Dunque, cosa fa Google con questa risposta? Di fatto contesta l’autorità di uno stato, non ne riconosce il potere e lo “invita” a ritirare la sua diffida, impiegando il proprio “potere” in contrapposizione diretta. La Francia s’è presa due mesi per pensarci.

Riflettiamoci un attimo. Google non è una nazione, non è uno stato, bensì una (enorme, certo) realtà imprenditoriale. Eppure si è posto sullo stesso piano di uno stato, contrapponendosi a una sovranità di tipo statuale. Si delinea, dunque, una nuova configurazione della figura di conflitto, basata su criteri apparentemente incompatibili, che però produce uno scontro analogo a quello fra stati.

Dove, tuttavia, uno degli attori ritiene di agire super partes, nell’interesse di altri, ponendosi, appunto, “dopo lo stato”. Le domande sono: quali meccanismi definiscono e delimitano questo “potere dopo lo stato”? Per volontà di chi? Con quali motivazioni e con quali regole? Chi l’avrà vinta?

A dire che “vincerà” Google ci vuole poco: Google ha assunto il ruolo di decisore, mentre la Francia ha quello di neutralizzatore/sedatore di conflitti. Il conflitto che la Francia deve sedare è quello degli interessi dei propri cittadini nei confronti del resto del mondo, oltre che della Francia stessa. Google, invece, si trova a decidere se accogliere o meno tale tutela.

Qualsiasi cosa decida – e in questo caso ha già assunto posizione – è Google a deliberare, non il contrario, semplicemente perché né la Francia né l’Europa hanno concrete possibilità di applicare coercitivamente il proprio potere su un’entità posizionata, appunto, “dopo lo stato”. Al massimo, Google potrà essere censurato, ossia un’ulteriore sedazione di conflitto da parte francese, piuttosto che una decisione, che tra l’altro scatenerebbe altri procedimenti più ampi – per citarne uno: l’intervento della WTO – contro i quali la nazione potrebbe solo trovarsi a sedare ulteriori conflitti. Non ci vuole molto a capire che sarebbe una strategia perdente.

Vediamo, però, anche l’altro lato della medaglia: è indispensabile.

La sovranità dell’individuo sul proprio onore, la propria reputazione e la propria individualità sono fattori afferenti alla sfera identitaria. Il cittadino francese – ma anche di altre nazioni – ha il diritto fondamentale di essere, in quel senso, sovrano.

Ricordiamo anche che la globalizzazione, il pilastro su cui Google poggia la propria autorità di poter prendere una decisione del genere, è quel fenomeno per cui il mondo ha perso la sua sfericità: tutto è sulla stessa linea d’orizzonte, la pervasività della Rete gliela ha fatta perdere definitivamente, perché tutto è accessibile nello stesso modo e negli stessi tempi, a prescindere dalla distanza geografica e dai confini geopolitici.

Così come Google assume un ruolo di decisore glocale(nota 2) circa il proprio comportamento, così dovrebbe, però, essere riconosciuto, alla Francia come ad altre nazioni – perché tutto non sembri una Babele – un’autonomia universalizzante pari a quella altrui, dato che la modernità-mondo non è assoggettabile ad alcuna standardizzazione, altrimenti si finisce per avallare in toto l’idea di Max Weber [Principato 2013].

Questo significa che Google non dovrebbe poter decidere per qualcuno suo malgrado, o parzialmente. E ciò in quanto i dati che un cittadino-mondo può non desiderare più essere pubblici sono gestiti sul panorama glocale, ma è altrettanto vero che nulla autorizza a non ritenere l’identità e, di conseguenza, la dignità e l’onorabilità del singolo essere parametri non altrettanto glocali.

Seguendo questo ragionamento l’argomentazione di Google diventa insostenibile: il titolare di quell’identità ha gli stessi, identici diritti da qualunque punto del panorama glocale vengano osservati. Di conseguenza, Google non può parzializzare gli archivi, mostrandone al mondo versioni diverse a seconda delle sfere identitarie verso cui si rivolge.

Come se ne esce? La risposta non è affatto semplice, perché richiederebbe un cambio di paradigma non soltanto comunicativo, ma anche di rapporti tra le sfere mercantili e imprenditoriali glocali, come Google, e quelle di potere tuttora tipicamente ancorate al concetto di stato-nazione. In fondo, quando Google entra in conflitto con le singole autorità, si sottrae e fa riferimento alla “propria” sfera normativa, afferente gli Stati Uniti, ai quali fornisce, indirettamente, il supporto e la giustificazione di una “potestà” ben oltre quella che compete loro. In altre parole, stiamo tornando al “mercato autoregolato” (cioè “senza regole”) esaminato da Karl Polanyi, economista e antropologo, che ha fortemente criticato la “società di mercato”. Google, di fatto, ne sta ricreando una. E grossa.

La soluzione, per quanto difficile possa sembrare, risiede proprio nel Passaggio a Occidente [Marramao 2010] delle culture e delle sfere politico-identitarie, nella loro reciproca contaminazione e in quel “cosmopolitismo della differenza” citato, unico strumento per sciogliere il nodo. Il che, come Marramao suggerisce, trova spazio solo privilegiando il metodo narrativo, non quello dialogico-argomentativo. Non ci dovrebbe essere chi dice “si fa così perché così conviene ai mercanti/mercati”. Ci dovrebbe essere chi dice: “tutti sappiamo cosa conviene a ciascun altro, per cui facciamo così perché in questo modo facciamo il miglior interesse possibile di tutti”.

La sensazione è che non sarà affatto facile. Ammesso che chi dovrebbe capire sia in grado di capire.



(1) Quando iniziò il corso – eravamo circa 200 studenti, di cui metà del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e metà del corso di laurea in Filosofia – il prof. Marramao, dando apertura al ciclo di lezioni,  disse: «per via di alchimie burocratiche delle quali ignoro la consistenza, questo corso si chiama “Filosofia Politica” per gli studenti di Filosofia, mentre si chiama “Filosofia, Società, Comunicazione” per gli studenti di Scienze della Comunicazione, ma si tratta, come è evidente, dello stesso corso da 12 CFU per tutti». Nell’immagine in colonna il programma del corso, desunto dalla guida dello studente dell’anno in cui l’ho seguito. [Torna al testo]


(2) Glocale deriva da globale + locale, un “cortocircuito” tra i due, come lo definisce il filosofo Giacomo Marramao in Passaggio a Occidente – Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pag. 44. Il termine è «tutt’altro che irenico, anzi: è esso stesso conflittuale, rappresentando una sinergica coabitazione di economie e finanze e, al contempo, una turbolenza generata dal contatto “forzato” tra culture diverse» (M. V. Principato, Elaborato volontario di Filosofia Politica, Università Roma Tre, 2013, pag. 24). [Torna al testo]


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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