Perché Alphabet?

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 12/08/2015
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Tra i mille ragionamenti fatti sulla nascita di Alphabet come master brand al posto di Google pare nessuno si sia soffermato sull’aspetto linguistico legato al marketing. Riflettendoci, invece, la ragione fondamentale è proprio quella.

La risposta alla domanda è semplice, sta su Wikipedia: è puramente e semplicemente una questione semiotica legata al brand.

«La semiotica (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa “segno”) è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso (significazione)», spiega l’enciclopedia online.

Il nesso si completa leggendo il resto del paragrafo introduttivo: «Considerato che il segno è in generale “qualcosa che rinvia a qualcos’altro” (per i filosofi medievali “aliquid stat pro aliquo”) possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione. Per significazione infatti si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos’altro di assente (la luce rossa del semaforo significa, o sta per, “stop”)».

In particolare, «Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso e quindi arresto l’auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene a essere presupposto dai concreti processi di comunicazione».

L’ho detto in tempi non sospetti: era marzo del 2013 e mi chiedevo (stavolta principalmente sul piano semiotico) se fosse accettabile che Google coincidesse con Internet, l’ho anche ripetuto e urlato nella mia tesi di laurea. Certo che non è accettabile, ma è così: Google non coincide affatto, come dice Mic Wright su The Next Web, semplicemente con “ricerca”, sarebbe limitativo – e anche sciocco – crederlo.

Ossia, Google si è imbattuta essa stessa con quel fenomeno di cui ha cercato di limitare i danni: il sovraccarico cognitivo. Pensiamo per un attimo alle seguenti relazioni di significazione (e ne cito solo alcune):

  • Google Search
  • Google Images
  • Google News
  • Google Maps
  • Google Mail
  • Google Docs
  • Google Car
  • Google Watch
  • Google Android

e fermiamoci. Ma quanti altri “Google x” (dove x sta per qualsiasi cosa produca, faccia o gestisca Google) ci sono? Decine? Centinaia? Ecco il punto: la parola Google è sovraccarica, ha troppi significati e così restando costituisce (almeno) una violazione contemporanea di tutte le massime conversazionali di Grice.

Immaginate un po’, se dovesse concretizzarsi lo sbarco di Google nel campo dei MVNO globali: ancora un altro significato, legato alla scritta sullo smartphone “Google IT” al posto di “TIM”, o “Vodafone IT” o “Wind Telecom SpA” o “3 ITA”. E non sarebbe il solo: Google ne pensa mille e ne fa diecimila.

Ecco la vera agevolazione cercata da Larry Page: libertà di brand. E per averla bisognava disconnettere Google da tutti quei significati, restituendogli legittimità di significazione e creando un brand di più ampio respiro, in grado di specializzarsi su ognuna delle mille/diecimila attività di Google, pardon, di Alphabet.


Marco Valerio Principato (2072 articoli)

Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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