Certi titoli preoccupano

The New Blog Times
Marco Valerio Principato
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Pubblicato il: 02/09/2015
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«Twitter funziona perfettamente – ma per gli investitori qualsiasi cosa di diverso dalla dominazione totale dei mercati è un disastro». Così titola il quotidiano britannico The Guardian: una semplice «informazione», o qualcosa di più?

C‘è un pezzo interessante pubblicato ad agosto del 1997 su Software Realities – esattamente diciotto anni fa – intitolato Good Enough Quality: Beyond the Buzzword. Lo si può trovare online a questo indirizzo ed è una lettura, nonostante la sua “età”, davvero interessante, che consiglierei come “propedeutica” prima di affrontare quella dell’articolo del quotidiano The Guardian citato qui sopra nel catenaccio1 e accessibile a questo indirizzo.

In quel pezzo, sia pure in riferimento al software per computer, si parla del concetto di “good enough”, cioè abbastanza buono, un’espressione che nell’italiano colloquiale è impiegata spesso: «quel coltello è abbastanza buono, ce l’ho da quindici anni e taglia ancora bene”, per esempio.

L’autore, James Bach, uno sviluppatore e formatore allora dipendente di ST Labs Inc., ne parlava sostanzialmente in relazione a Microsoft e alla sua (arcinota) filosofia del rilascio di prodotti software – inclusi sistemi operativi e, dunque, incluso Windows 10, l’ultimo “strillo” rilasciato – con la certezza pressoché assoluta della presenza di bug, cioè di parti del prodotto software soggette a generare errori nel funzionamento, tali da compromettere parte delle funzionalità.

In sostanza, si chiede l’autore, quando è il momento di considerare un prodotto software “abbastanza buono” da poter decidere di rilasciarlo al pubblico, nonostante la presenza di bug? E fa notare come Microsoft sia “maestra” in quest’arte: sa farlo quando sa che nel prodotto ci sono i bug “giusti”, quelli cioè che, stante il target a cui il prodotto si rivolge, assai difficilmente saranno notati se non in pochi e circoscritti casi.

Ciò consente all’azienda due risparmi importanti: 1) abbreviare la fase di debugging, cioè quella in cui si procede a individuare e correggere gli errori, dal più grossolano al più piccolo, e 2) avviare in anticipo la commercializzazione, con conseguente anticipo della fase di “fatturazione”. Tanto, poi, saranno i mercati stessi a segnalare i bug residui.

Il Guardian ha preso a riferimento l’articolo “didattico” di Bach come modello da applicare al mondo degli investitori, che guardano alle grandi realtà – nello specifico, a Twitter – come oggetto della loro attenzione. La “base” è costituita dal fatto – ricorda il quotidiano – che Twitter è ormai da tempo senza un amministratore delegato definitivo (come ricorderete, dal 1 luglio scorso l’AD Dick Costolo si è dimesso e la società è guidata ad interim dal presidente Jack Dorsey).

La circostanza pone Twitter in uno stato di “acquisibilità”, nel senso che l’assenza di un AD è percepita come una debolezza, un segnale di scarsa capacità di innovare, per via della quale nessuno vuole prendersi la gatta da pelare rappresentata dal prendere le redini dell’azienda.

Il Guardian si chiede, in sostanza, se la ragione per cui nessuno, finora, abbia ancora deciso di guidare Twitter non sia costituita dal fatto che esso è “abbastanza buono” da non richiedere – e di conseguenza non permettere – alcuna particolare “innovazione” tale da giustificare una sua crescita esplosiva a breve/medio termine, il solo parametro che gli investitori giudicano importante per decidere di immettere i propri capitali.

Per questo, secondo il quotidiano britannico, il rischio è che l’acquisizione possa avvenire solo da parte di un “big”, come Google o Facebook, sui quali si investe senza dubbi perché, appunto, già “dominano” il mercato e non hanno quindi alcuna difficoltà ad assorbire una realtà che, invece, stia in certo qual modo “sopravvivendo” come Twitter.

Come mai – la domanda di fondo che si pone il Guardian – non è possibile far “evolvere” Twitter in modo esplosivo, così da fargli dominare il mercato al pari degli altri “big”, visto che è usato, è fonte di informazione per i giornalisti, è mezzo di propagazione e risonanza per i Social Media Manager, è una tortura mentale per i troll e, in generale, un mezzo di comunicazione comunque usato da 304 milioni di persone ogni mese?

Il timore – e qui il cerchio si chiude – è che, essendo “abbastanza buono” per tutti, semplicemente “non ha bisogno” di crescere: ha solo bisogno di essere limato, rifinito, affinato e “reso perfetto”. Il che è lungi dal permettergli quella crescita esplosiva verso la dominazione del mercato globale come spererebbero i potenziali investitori.

Ciascuno di noi può riscontrare empiricamente, anche sulla sola base delle proprie esperienze dirette, che non solo Twitter, ma un po’ tutte le tecnologie recenti che impieghiamo sono giunte allo stadio dell’essere “abbastanza buone”. A questo va aggiunto che ormai le conosciamo: se qualche anno fa ci si chiedeva se fosse o meno giusto impiegare locuzioni “arbitrarie” come twittarese lo chiedeva anche lo Standard Editor del New York Times – oggi simili espressioni sono entrate a far parte del lessico comune, i telegiornali e la radio le impiegano senza remora alcuna, lo si scrive, lo si dice, “si sa” di cosa si tratta, direttamente o per osmosi dall’ambiente, ma non stupisce più.

Come non stupiscono più gli smartphone e i tablet, come nessun display, per quanto ad altissima risoluzione, è più capace di far sollevare il coro di “ooh” di una volta, come nessun nuovo sistema di messaggistica istantanea è più in grado di farsi spazio. Io stesso, dopo aver provato un po’ tutto con le dovute cautele, ho deciso di uscire dall’eccessivo asservimento alla continua innovazione, semplicemente perché ciò che c’è è “abbastanza buono” da soddisfare le esigenze di routine.

In pratica, ho deciso di tornare ad avere un solo smartphone il più “sicuro” possibile (un BlackBerry Bold 9900, vecchia ma ineguagliabile architettura con “servizio BlackBerry” necessario) come unico smartphone personale sempre “al seguito”. In esso dispongo di tutto ciò che normalmente ritengo utile: mi fa da PDA e ha, per quanto vecchie, le App di Facebook e Twitter in forma tale da non avere alcuna possibilità di intromettersi nei dati personali custoditi nell’apparecchio. Come messaggistica ho BBM, gli SMS, l’email e la chat di Facebook, è più che sufficiente: non ho alcun bisogno di avere anche WhatsApp (al netto di questioni sulla privacy), Viber, WeChat e altro. Ho lasciato WhatsApp dicendo ai corrispondenti “d’ora in poi sarò raggiungibile con a) BBM, b) SMS, c) email, d) chat di Facebook. Chi non dispone di nessuno di questi… telefoni, se vuole”.

Certo, non posso utilizzare App come Instagram, come quella della mia banca, come quella di Trenitalia per viaggiare o quelle del Car Sharing, mappe evolute e simili. Per quelle si può avere uno smartphone separato – che può essere un iPhone, un Samsung recente, un BlackBerry Z30 o altro – destinato solo a quegli scopi e che si porta al seguito solo se necessario, dotato di una tariffazione che privilegi Internet piuttosto che le conversazioni voce e SMS, delle quali – visto l’uso – praticamente non c’è alcun bisogno.

Ecco perché, ad ogni processo innovativo, ci sono limiti. Arriva il momento in cui tutto è “abbastanza buono” da non richiedere di trasformarsi per forza in qualcosa di disruptive che rivoluzioni di nuovo tutto.

La prossima “svolta”? Forse dovrà essere altrove, in altri settori, ma su quel che c’è temo si possa fare ben poco di nuovo. Almeno nel breve/medio termine. Ed ecco perché “certi titoli preoccupano”: preoccupano gli investitori, che oltre a non poter investire come vorrebbero, sono costretti a riflettere su certe teorie come quelle di Serge Latouche.

«Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità»,

dice il celebre professore, le cui teorie hanno un successo controverso e sono spesso osteggiate dal pensiero economico di stampo keynesiano, ma sulle quali è impossibile non fermarsi un attimo per valutarle.

Marco Valerio Principato

(Download articolo in formato PDF)

  1. Dovrebbero saperlo tutti coloro che leggono i giornali e le pubblicazioni online, comunque il catenaccio è un testo breve tra il titolo e l’articolo, scritto con corpo carattere intermedio, con funzioni variabili, solitamente di introduzione e/o di collegamento con altri fatti.  [Torna al testo]

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Informatico sin dal 1980, esperto di Internet ed elettronica e attivo in Rete dal 1999, ha curato articoli in diverse pubblicazioni specifiche tra cui Punto Informatico (direzione P. De Andreis) e CompuServe Magazine. Laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è responsabile di questo sito.


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